Per riflettere prima della Messa: XIV Domenica Per Annum, 5 luglio 2026 – Anno A

Inno di lode al Padre Mt 11,25-30

Sacro Cuore di Gesù, Santa Maria Margherita Alacoque Laura Ciulli infinite realtà.itGesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

In questo testo evangelico, ci troviamo alle prese con “l’inno di lode” che Gesù eleva al Padre. È articolato in tre magnifiche strofe:

– Gesù ringrazia il Padre per la rivelazione ai “piccoli” (vv. 25-26);

– conoscenza reciproca: Padre-Figlio (v. 27);

– giogo pesante e giogo leggero (vv. 28-30).

Nella prima, è Gesù che osserva con stupore che i sapienti, cioè i capi spirituali del popolo (i farisei e i dottori della legge) risultano impenetrabili all’annuncio evangelico; lo rifiutano decisamente. Mentre, i “piccoli”, cioè il popolino incolto, sempli ce e ignaro delle prescrizioni della legge mosaica, lo accoglie e lo assimila con meraviglia e grande sorpresa di tutti. Si impara da qui che al messaggio che viene dall’Alto ci si avvicina non con la pretesa e l’arroganza di chi sa, bensì con l‘umiltà di chi ha la consapevolezza di dover sempre apprendere da tutto e da tutti. Del resto, l’autosufficienza resterà per sempre e per tutti l’osta- colo maggiore per un’apertura sapiente al mistero di Dio.

“Ti benedico, o Padre…!”: sono le prime parole dell’inno. Il “benedire” nella lingua ebraica include l’idea della lode, della glorificazione e del ringraziamento; è una ricchezza di sentimenti che fluisce dal cuore del Figlio nei confronti del Padre, il quale viene designato, in aramaico, col termine Abbà, “babbo”: rivela la tenerezza filiale, in quanto il figlio si rivolge al genitore con fiducia e illimitata confidenza.

Nella seconda strofa si esalta l’essere relazionale del Figlio al Padre e viceversa: il pensiero si incentra nel verbo conoscere che, nella cultura semitica, assume la connotazione di “esperienza”, di intimo rapporto di amore e di comunione. Gesù dunque “conosce” totalmente e pienamente Dio in quanto è Egli stesso Dio. E in grazia di quest’unico rapporto, Lui solo può colmare l’abissale distanza tra l’uomo finito e il Dio infinito. La conoscenza che il Figlio ha del Padre non resta chiusa tra i due, ma Gesù partecipa a noi ciò che riceve dal Padre.

La terza strofa si apre con un invito: Venite! E seguono altri due imperativi “prendete il mio giogo e imparate…”. È un invito pressante rivolto alla povera gente che si sente schiacciata dal pesante giogo delle numerose e minuziose prescrizioni imposte da scribi e farisei. L’immagine del giogo si riferiva, in origine, alla relazione “schiavo-padrone”; successivamente fu applicata alla relazione “discepolo-maestro”. Ma il giogo che impone il Maestro Gesù “è soave e il peso è leggero” (Mt 11,30).

“Gesù si mostra un maestro diverso – scrive Rinaldo Fabris – come diversa è la legge (il giogo) che insegna: leggera, non onerosa. Soprattutto originalissimo appare il suo insegnamento non riducibile all’esposizione scolastica di norme e divieti. Si tratta di diventare suoi discepoli, aderendo a Lui che è un maestro non violento né altero”.

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