Giornalista, scrittore e acuto osservatore della società contemporanea, Mariano Sabatini è tornato in libreria con “Mutevoli nascondigli” (Indomitus Publishing), il nuovo capitolo della serie dedicata a Leo Malinverno.
Tra le ombre di una Roma inquieta, il romanzo intreccia noir, indagine psicologica e critica sociale, conducendo il lettore in un labirinto dove nulla è davvero come appare e ogni verità sembra celarsi dietro una maschera.
Attraverso una trama ricca di suspense, Sabatini affronta temi di grande attualità – dal potere dell’informazione alle ambiguità del successo, fino ai conflitti interiori che abitano ogni essere umano – confermando la sua capacità di coniugare tensione narrativa, profondità di analisi e attenta cura nel linguaggio.
Mariano, la figura del giornalista è spesso raccontata in modo stereotipato. Quali aspetti della professione hai voluto restituire attraverso Leo Malinverno?
Forse anche io ho ceduto agli stereotipi, del resto gli stereotipi contengono dei brandelli di verità. Basta non basarsi sui soli stereotipi per pretendere di raffigurarsi la realtà, che è più composita e piena di sfumature. Malinverno è un giornalista investigativo, il giornalismo più nobile e utile alla società, quello che spesso mette a repentaglio l’incolumità di chi lo pratica. Lui infatti finisce in ospedale con una grave commozione cerebrale in apertura di romanzo. È un tipo simpatico, tenace, onesto, che è più interessato alle notizie per il suo giornale, che alla rappresentazione di sé nei talk show, come dovrebbe essere per tutti noi.
Petronio Grigo è uno dei personaggi più controversi del libro. Attraverso questa figura hai voluto anche riflettere sul rapporto tra successo mediatico, costruzione dell’immagine pubblica e responsabilità morale?
Proprio così, troppo spesso la fama e la riconoscibilità televisiva fanno velo a bassezze che sulle quali non si dovrebbe passare sopra. Purtroppo vedo che i cosiddetti “faccioni” sono come quella famosa marca di crema alle nocciole spalmabile, magari ce ne sono di molto più buone ma quando si tratta di sceglierne una si opta sempre per quella. I programmisti, gli autori, i compilatori di locandine dei festival chiamano sempre gli stessi nomi. L’altro giorno leggevo un post della bravissima scrittrice Grazia Verasani che diceva di non essere stata mai invitata al Festivaletteratura di Mantova. Neppure io e neppure a PordenoneLegge. Si fa fatica in questo Paese a vedere un rinnovamento, una circolarità delle voci, un pluralismo basato sul reale valore e non sul gradiente di fama. Nel mio romanzo ovviamente porto queste riflessioni alle estreme conseguenze e Grigo fa davvero una brutta fine.
Nei tuoi thriller il lettore si trova spesso a mettere in discussione le proprie certezze. Desideri sorprendere con il colpo di scena o invitare a guardare la realtà con maggiore senso critico?
Né l’una né l’altra cosa. Io mi prefiggo di raccontare una storia, cerco di farlo tenendo alta la tensione narrativa, ma nel tessuto della trama entrano le mie personali riflessioni, o attraverso i dialoghi o nelle pieghe dell’ intreccio. Poi se i lettori rimangono spiazzati tanto meglio. I romanzi non devono mica consolare nessuno!
Se “la bellezza salverà il mondo”, cosa salverà l’informazione e l’editoria?
Suppongo sempre la bellezza, l’attenzione ai personaggi nuovi e davvero significativi, il ritorno al merito, alla serietà che non vuol dire pesantezza, ma scelta oculata degli argomenti, in ordine all’interesse comune e non al numero dei follower di chi li propone. Questo è avvilente e toglie autorevolezza ai giornali e ai giornalisti che si prestano al ricatto dei numeri dell’Auditel. Televisivo o del web poco importa. Anche i quotidiani sono ormai inzeppati di robaccia mutuata dai social e i talk show vengono costruiti con le tempistiche dei reel di Tik Tok.
Che cosa ricordi del tuo periodo insieme a Luciano Rispoli?
Temo mi abbia segnato per sempre. Lui era un genio della radio e della tv, della comunicazione in generale, faceva un giornalismo popolare, un intrattenimento colto e divulgativo. È stato un privilegio lavorare tanti anni con lui, ho imparato tutto quello che so. Mi addolora che la Rai lo abbia dimenticato e temo che anche il decennale dalla scomparsa passerà sotto silenzio. È davvero ingiusto che alcuni personaggi debbano avere tutti gli onori e altri nessuno. Credo si debba alla crassa ignoranza della attuale dirigenza Rai.
Che cosa consiglieresti alle nuove generazioni che credono ancora nel giornalismo e nei validi prodotti editoriali?
Se proprio non sanno o non vogliono ipotizzare altre strade, che frequentino scuole di giornalismo serie e abilitanti alla professione. Non è più tempo di lavorare come free lance. Bisogna ottenere il posto fisso, in un giornale solido o un grande network.
Dopo “Mutevoli nascondigli”, quali nuove direzioni immagini per Leo Malinverno? I lettori possono aspettarsi altre indagini e nuovi abissi da esplorare?
Questa domanda dovreste girarla, se mi passate la battuta, a Davide Radice che è l’editore di Indomitus Publishing. Mi sono trovato molto bene con lui e vorrei continuare le avventure di Malinverno. Ma credo proprio di poter dire che ci sarà un quarto romanzo, sono alla ricerca di uno spunto narrativo forte e di un titolo che accenda la miccia. Con il caldo di questa estate non sarà difficile che l’incendio di una nuova storia possa divampare.