Suona l’allarme. Dal cielo piovono dozzine di B24, sono i Liberators americani, 90 tonnellate di bombe. È la fine. È il 17 gennaio 1944, a Viterbo, sono le 13:15 circa.
Pochi minuti e si scrive per il Capoluogo della Tuscia una delle pagine più tristi e dolorose: il bombardamento del 17 gennaio.
I Viterbesi non scappano: credono, ormai quasi abituati, che sia il solito attacco che magari, va a cadere da un’ altra parte, ed invece la tragedia.
Gli Americani devono colpire la stazione di Porta Fiorentina che collega Roma all’ Italia del Nord, che è ancora in mano ai Tedeschi.
È uno dei pochi obiettivi strategici operativo in Italia.
Ad essere colpita è invece la chiesa di San Francesco alla Rocca. L’obiettivo è sbagliato, una carneficina di vittime innocenti, che con la guerra non hanno nulla a che fare, se non il fatto di subirla.
Centinaia di persone innocenti sotto le macerie delle loro case a piazza dell Rocca, a piazza del Teatro, a via Matteotti.
Muoiono ignari coloro che aspettano l’autobus al capolinea di Garbini a piazzale Gramsci, muore anche il parroco di san Francesco, sotto le volte della chiesa crollate.
Vittime civili, più di 1000, oltre agli 80 sfollati da Caserta, Cassino e Latina, accolti a Palazzo del Drago, scappati dalle loro case. Arrivano a Viterbo e, per un tragico e beffardo destino, vi trovano la morte.
Resta una lapide che li ricorda, insieme ai viterbesi che in quel triste 17 gennaio del 1944, perdono la vita nel bombardamento, o all’ospedale dove i Vigili li portano in condizioni gravissime.
Piange Viterbo i suoi martiri anche oggi, 17 gennaio 2019, in “questa ricorrenza istituita proprio anni fa in parrocchia”, come anni fa aveva detto padre Agostino Mallucci ofm, durante la celebrazione della prima messa domenicale.
È l’occasione per ricordare. Per rendere memoria alle vittime innocenti di un assurdo odio, chiamato guerra.