“Orient Express”, di Floriana Bianchi

di Floriana Bianchi, poetessa scrittrice

Un sibilo assordante e tremar di vetri mi svegliò quella mattina.
Un mattino d’ottobre, per la precisione il 4 ottobre 1883 in questa mia città,
Parigi, brillava il sole ed il cielo era solo una cornice, spaventato e scosso scappai dal letto, abbandonando d’un tratto sogni e desideri.
Mi trovai sul marciapiede, spettinato e scalzo.
Quanto fumo vidi sovrastar il tetto della Stazione, era in partenza Lui… l’Orient Express, un treno di lusso,
con interni in legno e onice, ne sentivo il profumo arrivar alle mie narici,
ho aspirato a pieni polmoni, come fosse aria di montagna.
Da quel giorno l’unico mio desiderio, senza pensar cose quotidiane,
metterci i piedi sopra e con lui scorrer serpenti di ferro per chilometri, posseduto da miraggi.
Non solo il treno mi ammaliava, ma… quella donna, elegante, vestita di nero,
capelli raccolti in una veletta che anche gli occhi le copriva, la bocca rossa, ben delineata,
come dipinta su pelle candida, serica, fasciata nel suo vestito nero ondeggiante, decisa,
il suo fugace sguardo m’invitava a quel viaggio.
Per due anni ho risparmiato franchi d’argento, immaginando quell’avventura,
nel frattempo ammiravo quella donna di misteriosa bellezza e sempre ugual vestita,
salire sul treno ad intervalli nel tempo sempre regolari.
Finalmente sto preparando affanosamente la valigia, spero di non aver dimenticato nulla, camice candide e ben stirate, cravatte eleganti e scarpe lucide, colonia profumata, pettine ed un cappello per nascondermi agli occhi della gente.
Mi palpitava forte il cuore… e ancora… finalmente… mi son trovato lì,
con il mio bagaglio in mano ed un biglietto prezioso tenevo stretto, ora aspettavo in incognito solo lei…
Eccola… la vedo arrivar in lontananza, ma che vedo?
Non indossa il suo abito nero, ormai da tempo entrato nei miei occhi,
con sfacciata femminilità sfoggiava un vestito cremisì, intonato alle sue labbra, a momenti mi vien un mancamento,
l’accompagnai con lo sguardo al predellino, un’inserviete le porse la mano… come lo invidiavo!!!
La seguivo a breve distanza per non perdere il suo profumo, eccoci entrati nel magico mondo di legno e onice.
Aspettavo le sue mosse, si siede.. si, con fare naturale serafico le chesi:
-posso sedermi accanto?
Lei mi guardo per un’istante, annuì distrattamente.
Mi sembrava troppo bella questa realtà, seduto accanto alla “mia” donna, sul treno del mio sogno.
Le campagne e paesini come presepi scorrevano, ora veloci, ora lenti, come fosse il loro esalar l’ultimo fiato;
e quel suo profumo che mi confondeva la mente, mi procurava visioni e tormenti, l’osservavo educatamente,
dietro quella veletta, oggi rosa, intravedevo il suo sguardo, un dipinto d’autore,
occhi languidi di color non definito… forse verdi o neri, dipendeva dai momenti,
leggeva quasi attentamente un libro un po’ ingiallito, lentamente sfogliava le pagine, come per non dimenticare,
le sue mani affusolate e ben curate, portava un anello con una pietra rossa, credo molto prezioso, ma non importa,
lei era molto più interessante.
Dopo circa un’ora mi ripresi dall’emozione di quella vicinanza, e mi guardai attorno.
Solo allora mi accorsi della bellezza di quel treno, tutto ben predisposto e alletante,
bella gente che stupidamente parlava troppo forte, disturbando poltroncine in damasco e tavolini di mogano intarsiati di madreperla, belle anche le lumiere, sempre accese, come a ricordar che siamo ancora vivi;persi ancora le mie attenzioni nell’arredamento..
le tende noisette con una frivola frangetta dalla parvenza dorata, che dire del pavimento, tavole di quercia ben assestate, da sopportar il movimento e le frenate, che seppur dolci… infastidivano l’elemento.
Il tempo, c’era anche il tempo su questo treno, una bella pendola che scandiva con battiti discreti ore e minuti regalati alla mia avventura, in quel mentre osservavo questo particolare, mi accorsi… era ora del desinare.
Mi alzai lentamente in piedi, porsi la mano alla creatura cremisì… dissi fermo:
-andiamo a ristoraci, ci faremo compagnia…
lei accettò, posò delicatamente la sua mano sulla mia… ecco in quel momento mi si offuscò la vista, sentivo il suo calore sulla mia pelle, una cosa strana… solo un desiderio, baciarla!!!
Ma questo ovvio rimase fermo nella mia mente.
Non ricordo nemmeno come siam arrivati al vagone ristorante, troppo confuso e turbato,
lei si sedette al tavolino, la guardai estasiato, mi sedetti difronte, ero ancora impacciato,
sentivo sempre la sua mano sulla mia, quel tepore che emanava, mi entrò nella carne.
Passò noncurante il cameriere in livrea, posò sulla candida tovaglia di fiandra un cartoncino bluette con scritte le vivande, lei decise per un consommè e formaggio, io avevo fame ma il mio stomaco non voleva saperne di appagare questo desiderio, mi accontentai di replicare il suo… consommè e formaggio.
Passò un’ora in fretta, mi parlava dei suoi quadri e dei suoi amori, in confidenza improvvisa… scaldata dal brodo… o da quel lume sempre acceso?
Ecco ora sò anche il suo nome.. ad un certo momento leggermente s’inchinò al mio cospetto:
-mi chiamo Greta… voi?
-felice di conoscere il vostro nome, io sono Antoine…
La pausa dopo il fatto, fu interminabile, ci siam trovati nudi in quei nomi fin allora segreti.
La pendola lavorò ancora molto prima di lasciarci scendere da quel predellino, ora ci siamo… Istanbul!!!!
Il vapore non sfiata più e tutte quelle persone sembran vomitate da un altro pianeta… giù… giù… si scende!!
In un attimo scaraventati con impietosa crudeltà ci siam trovati fra colori e odori di spezie… urla e canti a noi
sconosciuti.
Incantati come imbalsamati ad osservare quell’incantesimo, Greta forse abituata, ma io no… troppi miscugli di volti,
frutta e bambini, sentivo urlare e piangere… mi girava la testa, cercavo affannosamente un appoggio, lei dov’è…?…
che confusione…
mi giro e mi volto, non c’è… chiamo disperatamente il suo nome… GRETA…
La vista ora è più chiara, vedo un drappello di vesti bianche e lunghe, ho uno strano presentimento, barcollando corro,
spingo e sposto persone, i miei occhi cercano in terra… lei… Greta…
allargo le braccia… urlo e bestemmio a tutti…
-via… via… andate via…
Lì, inchiodata sulla terra battuta, Greta… un pugnale dorato in pieno petto, ha fatto sgorgare il suo cuore,
impietoso ha tolto respiro a Greta.
Ora libera di Amare, nei colori e furie di Istanbul.
Io grido solo al cielo speziato, ridatemi il mio treno!
Il treno fischiava nervoso e prepotente, fiotti di fumo col vento a scendere offuscava la vista del fiume, e quel ponte imperioso aspettava altra gente.

Orient Express

Foto tratte dal web

Non copiare!!!