Il viaggio, l’amicizia, le parole. Tre giorni con Ben Okri

di Pierluigi Natalia

C’è una giostra di quelle che si muovono a mano, come in tanti parchi per bambini in tutto il mondo, davanti alla piscina di Ambo, la cittadina termale sull’altopiano di Addis Abeba. Alcuni africani ed europei, in Etiopia per un appuntamento culturale, hanno appena finito di girarvi. A convincere le donne del gruppo – un po’ a forza, come spesso accade – sono stati due degli uomini che le accompagnano, un italiano che ha spinto la giostra e un nigeriano che ha filmato la scena, con una moderna videocamera digitale. La piscina, come ovunque, è anche la tentazione di qualche scherzo. Poi, tutti si limitano a immergere una mano nel tepore dell’acqua termale. Poco prima, avevano visitato la chiesa copta della vicina Addis Alem, con dipinti famosi, tracciati con le mani e con le foglie, con colori naturali dei quali s’ignora il procedimento di realizzazione. Il nigeriano era stato l’ultimo a uscire. Si era fermato a riflettere, forse a pregare. Il nigeriano è Ben Okri. L’italiano è chi scrive questa storia.

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Ben Okri e Pierluigi Natalia
Ben Okri e Pierluigi Natalia

Tre giorni in Etiopia con Ben Okri, lo scrittore ormai da anni nel gotha della letteratura internazionale. Tre giorni con un uomo al quale molti pronosticano il Nobel. E un impegno di lavoro genera quasi un’amicizia, certo uno scambio che arricchisce. L’occasione è stata un premio letterario Ben Okri è stato uno dei tre premiati, insieme con Ngugi wa Thiong’o, lo scrittore keniano considerato uno dei padri della letteratura africana contemporanea, e con il trentenne angolano Ondjaki.

Il sapere e la conoscenza vengono dal viaggio, perché viaggiare è incontrare altre persone. Ma una persona può viaggiare anche con i libri, ha detto Ben Okri durante il pranzo ad Ambo. Due giorni prima, nella sala del Museo nazionale etiopico che ospita Lucy, il fossile più antico di un essere umano  mai  trovato,  aveva parlato del viaggio comune dell’uomo, di quanto bella sia “quest’aiola che ci fa tanto feroci”. Si: aveva citato proprio Dante, uno dei suoi poeti favoriti. Anche durante un giro nell’immenso mercato di Addis Abeba, tra le migliaia di persone vitali e le migliaia  dolenti che lo affollano, la conversazione si era   soffermata proprio su Dante e Joice. Ben Okri aveva detto di trovare fra i due scrittori analogie non solo strutturali, ma di significato. Entrambi in un tempo simbolico. Eppure Dante è viaggio, Joice è stasi paradigmatica, archetipa.

Non c’era nulla di eurocentrico in quel parlare. Del resto, la scrittura di Ben Okri non ha un passaporto, è nigeriana quanto europea, riflette tanto le influenze letterarie europee, a partire da Omero, ma anche Cervantes, Shakespeare, Tolstoj e appunto Dante e Joice e altri, quanto gli elementi metafisici e mitologici della tradizione degli Yobora, il suo popolo, “Annullando ogni classificazione geografica, l’autore mischia la letteratura classica di ogni angolo del pianeta con le tradizioni più antiche dei popoli africani”: con questa motivazione, A Ben Okri era stato assegnato il suo premio.

Alle duemila persone radunate per la cerimonia di premiazione nell’aula dell’United Nations Economic Commission for Africa (Uneca), Ben Okri ha parlato però da africano: “Mi piace pensare che la nostra letteratura esprima l’anima più profonda del nostro continente e della nostra cultura e che quest’anima ormai matura sia pronta per alzarsi e danzare con tutte le altre letterature del pianeta”, ha detto. E ha concluso ripetendo due volte “Siamo più ricchi di quello che pensate. Siamo più ricchi di quello che pensate”.

Ricchi di interesse, di stupore per i dipinti di una chiesa copta, come per profumi di un giardino di un ristorante sull’altipiano etiopico.  Ricchi di gesti: una mano immersa nell’acqua termale, una foglia stropicciata tra le dita per portarne il profumo alle narici.  Ricchi di parole, in italiano, inglese, yobora o amarico, la lingua più parlata nell’Etiopia che ci ospita. Quelle piante che accennano a sfiorire nell’ottobre del giardino di Ambo in italiano si chiamano ruta, malva, giglio, in inglese prue, mallo, lily.  Sull’altipiano dell’Etiopia hanno altri nomi e hanno profumi più intensi.

Tre giorni con Ben Okri sono un dialogare, dialogare e poi ancora dialogare. Ascoltarsi e magari rileggersi. Raccontarsi e conoscersi. E poi, lo si faccia in una delle lingue degli ex colonizzatori o in una di quelle africane, raccontare è oggi  offrire alla  parola africana – lo strumento della tradizionale trasmissione culturale orale – l’opportunità della scrittura, come segno non solo identitario, ma   universale, come contributo alla crescita esperienziale e conoscitiva di ciascuno,  come offerta per il futuro di tutti. Proprio questo – dialogo e compromissione, cioè in sintesi amicizia – hanno voluto e hanno saputo essere questi tre giorni.

E non sempre trovandosi d’accordo, perché essere amici non significa pensarla allo stesso modo su tutto. Ad Addis Alem sono dipinte le storie dell’evangelizzazione dell’Etiopia, della passione di Cristo, della vita di Maria. Ci sono anche, come in tante chiese del mondo, le raffigurazioni degli evangelisti con i loro simboli, l’uomo, il leone, l’aquila, il toro. “No, la mucca”, aveva detto un diacono che faceva da guida. Ben Okri aveva annuito. Ma come? E la profezia di Ezechiele? E la visione dell’Apocalisse? No, è ovvio che è il toro. “È la mucca che dà il latte, che nutre”, aveva insisto quel diacono. “Ma che c’entra?”. Eppure dà da pensare. Oltre ogni segregazione, maschile e sacerdotale, oltre ogni separazione del sacro – con il tabernacolo dipinto al cui interno entrano solo preti e diaconi – s’insinua nella riflessione – e nelle parole – questo sentire al femminile, questo pensare alla parola di Dio come al latte di mammelle.

Sì: parlare in amicizia non significa essere sempre d’accordo. Confrontarsi con l’altro non è certo rinunciare a se stessi. Quelle donne filmate da Ben Okri su una giostra infantile, la sera prima avevano ballato in un locale di Addis Abeba simile a tanti nel mondo eppure del tutto africano. E avevano lamentato di essere state lasciate quasi subito sulla pista dai loro compagni di viaggio di nuovo accalorati su Dante, su Omero, sul raccontare africano. Si, sono le donne a stupirsi della diserzione da un momento di allegria. Ma non è disimpegno. Non è superficialità. Quelle donne sono scrittrici, intellettuali, hanno realizzato progetti importanti, hanno vissuto e raccontato l’Africa come l’Europa, hanno trasmesso notizie e sapere, hanno suscitato coscienza e speranza. Agli incontri culturali ad Addis Abeba hanno partecipato con posizioni chiare e con interventi convincenti. E anche nei momenti più informali, in un mercato di Addis Abeba come  in un ristorante di Ambo, hanno spesso incalzato i loro compagni di viaggio sui temi dello sviluppo africano. A Ben Okri, ad esempio, hanno contestato la sua tesi – una sorta di implicita assoluzione – sui tempi ancora troppo brevi della postcolonizzazione.

Poi ad una di loro è capitato di sfiorare appena con la mano l’acqua della piscina termale. Era solo l’atteggiamento vigile e contratto di chi teme lo scherzo di una spinta, ma quel gesto era stato prima un po’ irriso  – “ha paura dei coccodrilli o dei serpenti” – e poi trasfigurato in allegoria letteraria. Ed era tornato il pensiero del toro. Del resto, i coccodrilli magari no, ma i tori sull’altipiano ci sono. E allora la danza, la giostra, la mano che sfiora l’onda si fanno mito e sorriso: “è  Europa che attende il rapimento del toro, la fuga”; “no: è l’Africa che danza in un cerchio senza uscita, lambita da oceani dai quali viene il pericolo”.

Si: parlare con Ben Okri è un caleidoscopio di suggestioni, di idee, di arricchimenti, persino di parallelismi troppo arditi e che non riescono a convincere il raziocinio o, forse, il pensiero sedimentato di chi ascolta. E persino di chi li propone e poi li smonta. È capitato a chi scrive con quello – un po’ implicito un po’ detto – tra il mare che avvolge la visione omerica e la foresta di La via della fame, il romanzo fiume che a Ben Okri valse nel 1991 il Booker, uno dei maggiori riconoscimenti letterari internazionali. Per Ulisse il viaggio è ritorno, la sosta è nostalgia, gli dei sono avversi o amici in funzione dell’Itaca del cuore. Per Ben Okri la lontananza è ispirazione nutrita dalle mitologie e dalle credenze di casa, dagli spiriti delle foreste che si manifestano continuamente sotto forme diverse, buone e malefiche, nella vita quotidiana.   La via della fame non ha un suo approdo, muove nell’infinito e verso l’infinito, senza vera conclusione. Evoca una vita che non ammette un finale o un arresto, una vita senza vera morte, ciclica.

Il segno del racconto non è Femio, il vate cieco che eterna nel canto. È un abiku, uno spirito bambino che ciclicamente rinasce dalla stessa madre e che vive in se stesso e nello stesso tempo due realtà, fatte una di ristrettezze e una di fughe nel mondo dei ginn, gli spiriti della foresta  che lo vogliono – lo rivogliono – nella loro dimensione.   La via della fame che si costruisce da millenni e che finirà con il mutamento della foresta, è una strada allucinata e dolente tra due dimensioni esistenziali diverse, anche se ha in sé il riscatto della visione.

Femio-Omero fissa il destino dell’Occidente. Come ogni marinaio Ulisse sa che senza una rotta c’è solo deriva. Il nomadismo, il viaggiare per la ragione stessa del viaggio, come cantava Fabrizio De Andrè, è solo ai margini del sentire ulissiaco, è solo l’ansia di conoscere. Ma  l’essenza è il guardarsi nella mente e darsi delle mete. Il segno dell’Occidente è la rotta.  Ulisse, che apre il tempo dell’uomo occidentale, sa che la ragione del viaggio è nel porto. L’abiku che muore e rinasce sembra voler raccontare un’Africa eternamente visionaria, dai richiami certo di straordinaria bellezza, ma anche senza mete o confini, nel flusso di un oceano diverso, oltre le dimensioni dello spazio e del tempo.

Ma poi conta davvero questo catalogo fatto di tempo e di geografia?  “Quando la letteratura racconta l’uomo e la sua umanità che senso ha etichettarla come africana, europea, americana o asiatica?”, argomenta Ben Okri. Eppure, durante il dibattito sulla letteratura del quale eravamo stati protagonisti aveva detto che “la cultura africana ha ormai sviluppato una sua estetica, una sua caratterizzazione unica e precisa che la rende individuabile”.

Anche con i libri che scrive lui. Ma in tante parti dell’Africa un libro costa più di una mucca. E allora? “Non importa se adesso ci sono pochi lettori, noi scriviamo per il futuro. La Divina Commedia è stata scritta centinaia di anni fa, quando i lettori erano pochi, ma viene letta ancora oggi”. E magari innestata per una mezzora, tra una contrattazione e l’altra in un mercato di Addis Abeba, in una sorta di strano omaggio alla tradizione orale africana, fatto da un grande scrittore anglofono nigeriano che la cita nella traduzione in inglese di Robert e Jean Hollander e da un italiano che ha il solo vantaggio di ricordare qualcuno dei versi di Dante. “Se la Divina Commedia ha un senso ancora oggi è perché quelle pagine parlano agli italiani così come agli africani. Parlano all’uomo e a tutti gli uomini. Dobbiamo alzare i livelli e gli obiettivi. Uno scrittore deve abitare il futuro”, dice Ben Okri.

Cos’è la scrittura nell’inferno della quotidianità africana – e nella quotidianità di tanta emarginazione europea – dove le armi sono padrone delle strade, delle foreste, delle rocce e delle sabbie, degli slum fetidi? Cos’è il conforto di un libro tra le ostentazioni dei ricchi, sterili e neppure appaganti, e la tragedia dei poveri, mercificati e sconvolti? Cos’è un libro per le donne stremate, per i bambini schiantati, per chi paga il prezzo più alto? È il sogno di un domani diverso? E poi cosa è anche il sogno? È l’inganno di Zeus? O è la replica della realtà, in un buio troppo breve senza riposo, come nel racconto de Il venditore di sogni, l’affresco di Ben Okri di una Lagos in cui si confondono lo stato onirico e la veglia, la vita, in una cacofonia di chiasso e calore, di amore comprato e malato, che non porta salvezza?

E quale magia, se non custodita da onde oceaniche già frante, da mondi antichi, da intricate foreste, è ancora possibile? Qual è il tempo, il significato di un gioco intorno a una piscina? Qual è il senso della danza di Africa e della fuga di Europa? Entrambe stranianti?  Che resta del profumo di ruta, di malva, di giglio, quando torna ad aggredire le narici la vita, il fetore dei diesel, la metropoli che ruba l’odore dell’aria?

Si: uno scrittore di oggi può già abitare il futuro, quella parte di eterno che al singolo è dato occupare nel tempo. E certo Ben Okri è di quelli non destinati a passare. Ma uno scrittore, soprattutto nell’Africa di oggi, è anche una risorsa politica, una guida identitaria. Si pensi all’impegno per la pace di Léopold Sédar Senghor o di Wole Soyinka o di Chinua Achebe. Si pensi alla testimonianza del nigeriano Ken Saro-Wiwa, guida e cantore delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger nei confronti delle multinazionali del petrolio,  arrestato e impiccato nel 1995 dal regime militare dittatoriale.

Di che e perché parliamo ad Addis Abeba, in una città meno devastata di tante altre metropoli, in Africa come in altre parti del  mondo,  ma dove pure la vita privata di pochi si blinda e quella di milioni di altri si trascina in stenti polverosi? Di che e perché parliamo nell’Europa dalle città sempre più alienanti? A chi parliamo? Ai nostri cortili? A quelli dell’altro? O a entrambi? «Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro», scriveva lo scrittore senegalese Cheick Anta Diop. La letteratura è solo visione o è anche determinazione e progetto di un futuro comune e paritario?

Parliamo per l’oggi? Per la denuncia? Per l’impegno a cambiare? Parliamo al domani, perché c’è sempre un domani?  La letteratura è dono? È speranza? O è entrambi, è amicizia e servizio?

Sì: essere amici non significa concordare su tutto. Ma certo significa ascoltarsi. In tre giorni intensi abbiamo parlato sedendo alle stesse tavole, camminando sulle stesse strade. Lo abbiamo fatto tra europei e africani, figli di continenti multiformi e non riconducibili a banalizzazioni.  Lo abbiamo fatto come accade nella realtà quotidiana in ogni parte del mondo, a volte irrigidendoci, a volte scherzando, a volte polemizzando. Ma sempre ascoltandoci. In appena tre giorni si è dipanato un confronto fatto non solo di parole, ma di parlarsi. E si è anche rafforzata la consapevolezza che le armi culturali, a partire da quella dell’istruzione di base,  sono le armi più efficaci nella lotta alle tragedie dell’uomo, nello sforzo di disarcionare i cupi cavalieri apocalittici, la morte, la guerra, la malattia, la fame imposte dalle ingiustizie depredatorie.

Proprio ad Addis Alem, cinquantacinque chilometri a ovest di Addis Abeba, c’è una prigione con settecento carcerati di età tra i venti e i trent’anni. In maggioranza sono analfabeti e anche i pochi che non lo sono hanno un livello di istruzione molto basso. Da pochi mesi l’amministrazione della prigione e la St. Paul Prison Chaplaincy, l’ufficio arcidiocesano dei cappellani carcerari, vi hanno realizzato una scuola. Vi s’insegnano, insieme alla matematica, le scienze, la geografia, la storia e gli studi civici, tre lingue, l’oromifa, la lingua regionale, l’amarico e l’inglese. Fa piacere sapere che in questo progetto c’è anche un po’ d’Italia, sotto forma di aiuti della Caritas ambrosiana.  Si tratta soprattutto di quaderni, penne, matite, le armi pacifiche della scrittura. Le armi che usano – ben inteso con risultati neanche lontanamente paragonabili – gli amici che portano con sé dall’Etiopia anche le parole e gli scherzi intorno a una giostra per bambini sull’altopiano.

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