Sin da piccoli coltivano questo sogno, entrando nelle formazioni delle mini macchine che vengono allestite in alcuni quartieri della città nei giorni precedenti la festa. Sono i Facchini di Santa Rosa, i leoni ruggenti di un sogno che ci regalano la sera del 3 settembre.

Inizia così un indissolubile rapporto con la Santa, anche attraverso questa esperienza.

Di bianco vestiti, a simboleggiare la purezza d’animo, fascia rossa in vita, per ricordare la traslazione del corpo della Santa nel 1258, scarponcini neri, rappresentano il “motore umano”, fatto di amore e forza fisica, con cui portano in trionfo la Macchina di Santa Rosa, il “Campanile che cammina,” come venne definita dallo scrittore Orio Vergani.
Dopo la “prova di portata”, ossia un tragitto di 90 metri, nella Chiesa di santa Maria della Pace, dove devono portare sulle spalle una cassa di 150 kg, in un percorso ellittico disegnato sul pavimento e per tre volte, naturalmente muniti di un certificato medico che attesti comunque l’idoneità fisica, diventano Facchini.

Sono divisi in tre gruppi: stanghette, spallette e ciuffi, proprio a seconda della posizione che occupano.

A loro si uniscono anche le leve, le corde e gli addetti ai cavalletti.

È un’apposita commissione composta dal presidente del Sodalizio, Massimo Mecarini figura di grande riferimento e guida, dal Capo facchino e dal Consiglio Direttivo, che valuta le prestazioni degli aspiranti e dei facchini veterani.
Nella sera del 3 settembre, tutti insieme portano la Macchina per le vie di Viterbo, tra un pulsare di cuori infervorati dall’amore, per una Santa canonizzata a furor di popolo, così singolare che, con il suo virtuoso operato, riesce a risvegliare la città dal torpore nel quale era caduta.

Fatica, sudore, tenacia, forza fisica spinta al massimo, ma probabilmente un pizzico di sana follia. È quello che questi cento “leoni” da anni realizzano: un’impresa unica al mondo, che unisce grandi e piccini in un unico coro: “Evviva santa Rosa, evviva!”.

A sostenerli, a guidarli il Capo facchino, Sandro Rossi, ruolo sicuramente prezioso e fondamentale per la sicurezza del trasporto.


Quella sera con camicia, calzoni alla zuava, calzettoni e fazzoletto alla corsara rigorosamente bianchi e fascia rossa, quindi, cento uomini a braccetto, sfilano fino ad arrivare a Porta Romana, dove ad attenderli in tutto il suo splendore è “Gloria“, la macchina progettata dall’architetto Raffaele Ascenzi.

Da quel momento, #semotuttidensentimento