Ricorre oggi, 28 ottobre 2026, l’anniversario della scomparsa di Pino Scaccia, uno dei giornalisti più qualificati, senza ombra di dubbio, per la sua serietà professionale, per il suo garbo, la sua sensibilità.
Sei anni senza Giuseppe Scaccianoce, era questo il suo nome anagrafico, il “gabbiano di frontiera“, nella Rai, prima nella sede regionale di Ancona, poi nella prima rete nazionale. A causa delle complicazioni, dovute all’infezione da Covid-19, contratta nella clinica dove era ricoverato in precedenza, ci ha lasciato, lasciando un vuoto, che ancora si sente, rimbomba.
Grazie a lui, milioni di persone sono state raggiunte dalle sue notizie date e spiegate con quello stile inconfondibile, irripetibile. Eppure ancora oggi il suo ricordo ci parla di Pino.
Personalmente l’ho conosciuto in occasione della presentazione di un libro di Laura Scanu, nel settembre del 2014, a Viterbo. Ho avuto modo di parlare un po’ con lui, del suo lavoro di una vita, del suo impegno in giro per il mondo, tra guerre e tragedie infinite, per documentare, ‘per ascoltare la voce del mondo’, come scriveva.
Perché per Pino Scaccia, l’inviato della Rai, quei “Viaggi che non finiscono mai perché te li porti dentro ti restano sulla pelle” .
Ma bastava approfondire e ci si rendeva conto che nel suo cuore c’erano anche i bambini del mondo, ma soprattutto il sorriso di quelle piccole creature innocenti, che incontrava nei suoi reportage.
Una volta mi disse che proprio quei sorrisi se li portava dentro, ma con dolore, perché quei bambini non sapevano neppure cosa fosse la felicità, sorridevano per niente.
Aveva seguito da inviato i più importanti avvenimenti degli ultimi trent’anni: dalla prima guerra del Golfo al conflitto nell’ex Jugoslavia, dalla disgregazione dell’ex Unione Sovietica fino alla crisi in Afghanistan, oltre al difficile dopoguerra in Iraq fino alla rivolta in Libia.
Numerosi i reportage in tutto il mondo, meritandosi quel nomignolo scherzoso di ‘gabbiano di frontiera’ che a volte citava. “Finché avrò inchiostro nel calamaio continuerò a raccontare”, era solito dire ed è stato così.
Innumerevoli gli ‘scoop’ giornalistici: è stato il primo reporter occidentale ad entrare nella centrale di Černobyl, dopo il disastro e a scoprire i resti di Che Guevara in Bolivia. Fu il primo anche e a mostrare le immagini fino a quel momento segrete dell’Area 51 nel deserto del Nevada, ufficialmente un campo di sperimentazione per nuove tecnologie aeronautiche, del quale per molti anni gli Stati Uniti hanno negato persino l’esistenza, alimentando molte favole – alle quali in molti credono ancora – compresa quella che vi si trovassero extraterrestri impegnati nella collaborazione con l’aeronautica di Washingon, fornendole conoscenze avanzate da impiegare segretamente nella lotta contro l’Unione sovietica.
Sì è occupato di cronaca: mafia, terrorismo e sequestri di persona, oltre a terremoti e disastri naturali. Dopo aver lasciato la Rai nel 2011, si è dedicato ai libri: nella sua vita ne ha scritti una quindicina, che rappresentano un suo testamento intellettuale e morale.
“Vorrei tanto tornare a vedere un mondo a colori pieno di sole per tutti”, scrisse una volta ed ancora oggi ce lo auguriamo tutti. Riposa in pace, Pino.