Per riflettere prima della Messa: introduzione alle Riflessioni sui Vangeli delle festività (anno A)
Per riflettere prima della Messa
Di padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp
Inizia ai primi vespri della prossima domenica 30 novembre (quelli del sabato sera) in nuovo anno liturgico (A) il primo del triennio nel quale la Chiesa propone nella Liturgia della Parola in pratica l’interezza delle Scritture. Per un’utile preparazione alla Messa festiva, nella quale si proclama nell’anno A in particolare il Vangelo di Matteo, proponiamo ancora le riflessioni di Padre Ubaldo Terrinoni Ofm Conv. che ci hanno accompagnato finora su queste pagine.
UN PANE PER VIVERE LA FESTA
Riflessioni sui Vangeli delle festività (anno A)
Introduzione
La comunità cristiana
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Sacrosanctum Concilium, raccomanda vivamente ai fedeli di celebrare e vivere la Pasqua della domenica: “La santa Madre Chiesa, considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in determinati giorni nel corso dell’anno, l’opera salvifica del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa memoria della Risurrezione del Signore, che una volta all’anno, unitamente alla sua beata Passione, celebra la Pasqua, la più grande solennità”.
Nel ciclo annuale poi presenta tutto il mistero di Cristo, dall’Incarnazione e Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore.
In tal modo, ricordando i misteri della Redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, in modo tale da renderli in qualche modo presenti in ogni tempo, perché i fedeli possano venire a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza” (Sacrosanctum Concilium, n. 102).
“Il pane” per il ciclo dell’anno A ci viene assicurato dal Vangelo di Matteo, che è il più giudaico dei Vangeli. È un autore che cura molto la chiarezza e l’ordine espositivo; ricorre a espressioni e formule di colorito semitico come: “cielo e terra”, “legare e sciogliere”, “luce e tenebre”, “le 12 tribù d’Israele”, “la città santa, regno dei cieli” ecc. E tiene anche molto presenti le cosiddette “suture”, come per esempio: “e allora” (ricorre quasi cento volte), “lungo il mare”, “in casa”, “in quel tempo” ecc.
La comunità di Matteo non è designata col termine generico greco òchlos (folla), bensì con il termine laòs (per indicare Israele, il popolo eletto). L’evangelista, come cristiano, sottolinea allo stesso tempo una rottura con questo Israele (per i molti riferimenti alle tradizioni, usi e costumi) e anche la continuità della Chiesa rispetto al popolo eletto. Infatti, questo è l’unico Vangelo che usa il termine ekklesìa, come traduzione dell’ebraico qahàl, che indica l’assemblea religiosa d’Israele convocata: due volte viene riferita alla comunità o Chiesa locale (18,17) e una volta è riferita a tutto il nuovo polo di Dio (16,18).
E tuttavia in questa comunità cristiana non mancano, tensioni, contrasti, litigi, crisi e critiche; non mancano neppure peccati, scandali, arrivismi, ambizioni ecc. E Gesù affronta anche i problemi interni della vita della comunità ecclesiale, perché Egli intende istituire l’ecclesia di individui con pari dignità; le differenze sono soltanto dei ruoli di servizio, di funzioni. Pertanto la Chiesa di Dio è santa ed è anche composta di peccatori che ogni giorno devono perdonarsi a vicenda. Il peccato va decisamente condannato, ma il peccatore va compreso, accolto, perdonato e amato.
La comunità cristiana è la Chiesa di Gesù (16,18); Egli vi rimane per sempre perché la Chiesa deve continuare la mis-sione di annuncio per tutte le genti. È per questo che l’evangelista stabilisce una continuità stretta tra Gesù e la comunità cristiana.
Il pane per nutrire la comunità
Il dabàr ebraico è parola e azione, è annuncio ed evento, è notizia e prodigio. Dunque la parola del testo biblico non è un semplice flatus vocis, ma è una realtà efficace. Il dabàr fa, realizza quello che dice; è realmente un fiat creatore; è un “comando” che ridona la vita a Lazzaro, è un effeta che concretamente dona l’udito al sordo. Questa efficacia prodigiosa continua anche ai nostri giorni. Infatti viene annunciato dal ministro di Dio: “Ti sono rimessi i peccati…”, “questo è il mio corpo…”. E realmente avviene ciò che Egli dichiara!
Le metafore bibliche per illuminare a giorno “la parola” sono molte: la parola è “seme che cade sulla terra buona e dà frutto dove il cento, dove il sessanta e dove il trenta” (Mt 13,8); “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12); “è pioggia e neve che scendono dal cielo per fecondare e far germogliare…” (Is 55,10); “è fuoco che brucia, è martello che spacca la roccia” (Ger 23, 29); “è lampada ai miei passi e luce sul mio cammino” (Sal 119, 105).
Questo è il pane sostanzioso da spezzare per la comunità perché se ne nutra per non venir meno lungo la strada; è il pane che va spezzato dal ministro di Dio con grande senso di responsabilità di fronte a Dio stesso e di fronte alla singola persona della comunità. Il pane eucaristico e il pane della parola devono restare al centro della vita per un’efficace evangelizzazione e per la formazione delle coscienze dei singoli membri della ekklesìa.
Dunque il primum della parola come evento aggregante richiede il primum dell’annuncio da parte del sacerdote; “verso tutti, pertanto, sono debitori i presbiteri – precisa il Decreto conciliare Presbyterorum ordinis -, nel senso che a tutti devono comunicare la verità del Vangelo” (n. 4).