Per riflettere prima della Messa: 27 luglio 2025, XVII Domenica Per Annum – ANNO C

La preghiera Lc 11, 1-13

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite:

Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

e perdonaci i nostri peccati,

perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,

e non ci indurre in tentazione.

La preghiera è il respiro dell’anima, è il palpito della fede, è l’elevazione della mente a Dio, è il pellegrinaggio del cuore. La preghiera non è tanto un precetto o un invito quanto una necessità, un bisogno insopprimibile del cuore umano. “Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo – afferma il Catechismo della Chiesa cattolica – perché l’uomo è stato creato da Dio per Dio” (CCC, 27). Il brano evangelico di oggi è compreso in tre sezioni: si apre con il Pater (vv. 1-4), segue la parabola dell’amico importuno (vv. 5-8) e si chiude con alcune esortazioni per una preghiera efficace (vv. 9-13).

Questa preghiera faceva parte dei tesori più sacri della Chiesa; veniva insegnata al catecumeno poco prima di ricevere il Battesimo. In Oriente, nella liturgia eucaristica, ancora oggi i cristiani ortodossi di rito greco e russo, nella introduzione, pregano così: “Rendici degni, o Signore, affinché fiduciosi e senza presunzione noi osiamo invocare te come Padre, Dio del cielo, e dire “Padre”. Anche la liturgia latina ha una premessa lodevole e molto significativa: “Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire…”.

Pater! La preghiera insegnata da Gesù è in due redazioni: quella di Matteo (6, 9-13) che consta di sette petizioni e questa di Luca di cinque petizioni: due riguardano il programma di Dio, cioè la santificazione del suo nome e l’avvento del Regno; tre urgenze fondamentali che riguardano il discepolo: il pane, il perdono e la liberazione dalla tentazione. La preghiera si apre con l’appellativo “Padre” che risale alla lingua aramaica abbà, e intende esprimere il balbettio infantile; il bambino all’alba della vita impara subito le due prime e più importanti parole della sua vita: abbà (papà) e immà (mamma). “Bisognava aver visto Gesù pregare per essere assaliti dal desiderio di imitarlo; bisognava averlo ascoltato per capire di dover pregare in modo nuovo” (Sl. Garofalo).

La parabola dell’amico importuno sottolinea una urgenza rivolta con confidenza all’amico in un’ora molto scomoda: nel cuore della notte. Però se si insiste con fiducia, si ottiene sempre. Fortunatamente per il Padre celeste non vi sono ore scomode, per cui è sempre buona l’ora e felice l’idea di recarci da lui per un intenso dialogo.

Chiedete! Gesù ci esorta a chiedere perché il Padre ascolta le nostre implorazioni prima ancora che la preghiera salga alle labbra. Egli “darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono”. Dona lo Spirito perché è il dono più grande, è il dono per eccellenza, perché è il compendio di tutti i doni, perché con lui Dio ci dona tutto. Pertanto con ferma fiducia e con grande audacia possiamo stendere le mani vuote verso di lui nella certezza che egli le colmerà del nostro necessario. Per cui possiamo pregare con i salmisti: “Signore, davanti a te è ogni mio desiderio e il mio gemito a te non è nascosto; in te spero, Signore, tu mi risponderai, Signore Dio mio” (Sal 38, 10.16); “Signore, tendi l’orecchio, rispondimi. Custodiscimi perché sono fedele; tu Dio mio, salva il tuo servo…” (Sal 86, 1-2).

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