Ci sono storie che appartengono al passato e che, proprio per questo, hanno ancora molto da raccontare al presente. È il caso de L’Uomo dell’Organetto di Dosolina Rapacchietta, pubblicato da Carabba, un romanzo biografico nato da una lunga ricerca tra testimonianze dirette e archivi e dedicato alla figura del Maestro Fanciullo Rapacchietta. La sua vicenda personale e artistica attraversa la storia italiana dal 1915 a oggi, intrecciando memoria, musica, territorio e trasformazione interiore.
Al centro del racconto c’è l’organetto, che non è soltanto uno strumento musicale, ma diventa per il protagonista un rifugio, una forma di espressione e uno spazio attraverso cui affrontare il trauma della guerra, la Resistenza e la prigionia. La musica si trasforma così in una possibilità di resilienza, mentre l’arte diventa il filo capace di attraversare i periodi più bui e trasformarli in una nuova possibilità di luce.

Dosolina Rapacchietta, forte anche della sua formazione in Psicologia Clinica e della sua esperienza nel campo sanitario, affronta questa storia mettendo in dialogo dimensione umana, memoria storica e processi psicologici. Ne nasce un libro che guarda alle radici non come a qualcosa di immobile, ma come a una bussola per comprendere il presente e affrontare le sfide del futuro.
Con l’autrice parliamo allora del potere terapeutico dell’arte, del valore della memoria, della musica come strumento di resilienza e della necessità, soprattutto per le nuove generazioni, di non considerare le proprie fragilità soltanto come delle fratture, ma anche come possibili punti di ripartenza.
Nel libro l’arte diventa una possibilità per trasformare il dolore in luce. Credi che oggi la società abbia ancora fiducia nel potere terapeutico della cultura?
Da un lato, la società delle piattaforme e dell’iper-prestazione ha progressivamente svalutato il potere catartico della cultura. Oggigiorno il dolore tende a essere categorizzato come un “errore di sistema” o un’inefficienza da rimuovere rapidamente. In una cultura dominata dall’imperativo della felicità esibita e della produttività costante, il dolore non deve essere elaborato, ma anestetizzato. Si prediligono le soluzioni immediate, il consumo rapido di contenuti consolatori, la frammentazione dell’attenzione sui social media o la medicalizzazione istantanea del disagio. In questo senso, la fiducia istituzionale e collettiva nella cultura come strumento terapeutico si è indebolita: fruire dell’arte richiede tempo, silenzio, tolleranza della frustrazione e capacità di stare nell’ombra, tutti stati mentali che l’architettura digitale tende a sanzionare.
D’altra parte, sul piano psico-emotivo individuale, il bisogno del potere terapeutico dell’arte non è mai stato così urgente. L’arte in tutte le sue forme opera ciò che in psicologia viene definita sublimazione: la capacità di prendere un materiale emotivo grezzo e doloroso (il trauma, la malattia, l’isolamento) e riorganizzarlo all’interno di una forma simbolica. Quando il personaggio del romanzo trasforma la sofferenza in musica, compie un atto di integrazione psichica. L’opera d’arte offre un contenitore cognitivo al dolore che altrimenti rimarrebbe frammentato e distruttivo.
Oggi assistiamo a una spaccatura sociologica:
La cultura come bene di consumo superficiale: un’ampia fascia della società percepisce la cultura solo come intrattenimento o come status symbol da ostentare sui social network, privandola della sua portata salvifica.
La cultura come riserva di resistenza: esiste un’avanguardia silenziosa di persone, spesso coloro che la società definisce “fuori dal coro” o marginali, che torna ad abbracciare l’arte, non per conformismo, ma per pura sopravvivenza mentale. Per costoro, la cultura rimane l’unico spazio in cui la sofferenza non viene giudicata o mercificata, ma trasfigurata in significato.
In conclusione, la società contemporanea intesa come sistema economico e mediatico ha perso gran parte della fiducia nel potere terapeutico della cultura, sostituendola con l’illusione della velocità e dell’anestesia. Tuttavia, l’essere umano, nella sua dimensione psicologica più intima, continua a ritrovare nell’espressione artistica l’unica vera luce capace di illuminare l’ombra, dimostrando che il bisogno di bellezza e di senso non può essere cancellato da nessun algoritmo.
Durante la ricerca hai avuto accesso a testimonianze e archivi. C’è stato un documento, un incontro o un episodio che ti ha colpita o emozionata più degli altri e che, in qualche modo, ha lasciato un segno anche nella scrittura del libro?
Più che un singolo documento cartaceo, ciò che mi ha segnata in modo indelebile, guidando poi ogni singola parola del libro, è stato il momento in cui mi sono trovata di fronte alla verità nuda della sua prigionia. È stato quello il vero spartiacque, emotivo e narrativo. Dal punto di vista psicologico, quando si ricostruisce la vita di una figura complessa, si è sempre tentati da un meccanismo di difesa inconscio: la rimozione o il riduzionismo edulcorato.
C’è la tentazione umana di nascondere le ombre, per proteggere l’immagine del protagonista dal pregiudizio altrui e dallo stigma sociale, che spesso tende a etichettare e ridurre un’intera esistenza al suo momento più buio. Ho dovuto compiere un atto di profondo coraggio etico e narrativo: ho scelto di non mutilare la sua storia. Avere accesso a quegli archivi e alle testimonianze di quel periodo di reclusione mi ha messo di fronte a una responsabilità immensa. Omettere la prigionia per paura del giudizio della gente avrebbe significato tradire la sua memoria e cedere alla logica del conformismo. La vera dignità non sta nell’esibire una vita impeccabile, ma nel mostrare come un uomo sappia attraversare l’inferno senza lasciarsi azzerare l’anima.
Scrivere quella pagina di vita senza filtri, senza vergogna e senza edulcorazioni è stato un atto di restituzione: ho voluto dimostrare che la luce di un uomo non si spegne quando viene rinchiuso, e che l’arte e la forza interiore possono varcare anche le sbarre più pesanti. Affrontare quel trauma senza paura dei pregiudizi è ciò che ha dato al romanzo la sua autenticità più pura e dolorosa.
Ne L’Uomo dell’Organetto la musica assume un ruolo centrale e diventa anche uno strumento di resilienza. Che cosa può insegnarci oggi questo modo di guardare alla musica e, più in generale, all’arte?
In un’epoca come la nostra, in cui la cultura e l’arte vengono spesso degradate, “L’Uomo dell’Organetto” ci propone una visione radicale dell’esperienza artistica. La musica per il protagonista non è mai stata una semplice evasione ma un vero e proprio organo di autoregolazione emotiva.
Quando la vita lo ha messo di fronte all’isolamento, la musica dell’organetto ha funzionato come una forma di ancoraggio somato-emotivo: un linguaggio pre-verbale capace di dare voce a un dolore che non trovava spazio nelle parole della società.
Questo ci insegna che l’arte offre alla mente un contenitore simbolico entro cui la sofferenza cessi di essere una condanna e diventi significato. Sul piano sociologico, la storia del protagonista e del suo strumento lancia una sfida aperta alla modernità, ci mostra invece la musica come atto di resistenza analogica.
Cosa può insegnarci oggi questo modo di guardare all’arte? Ci insegna a restituire all’arte la sua funzione salvifica ed etica. Ci ricorda che quando la società ti isola, ti giudica o ti chiude in una prigione, reale o metaforica, l’espressione artistica rimane l’unica trincea inattaccabile. L’arte è un’arma primaria con cui l’essere umano difende la propria umanità e la propria dignità di fronte alla barbarie dell’indifferenza.
Nel libro richiami il concetto giapponese del Kintsugi, secondo cui le fratture non vengono nascoste ma valorizzate. Perché hai scelto proprio questa metafora e perché pensi che sia particolarmente attuale?
Ho scelto la metafora del Kintsugi, perché rappresenta l’esatto opposto del modello psicologico e culturale che domina la nostra contemporaneità. Dal punto di vista della psicologia clinica e dello sviluppo, la società attuale impone una dittatura della “perfezione senza crepe”. Siamo immersi in una cultura dell’esibizionismo e dell’efficienza che considera la fragilità, il fallimento, il lutto o la prigionia come fallimenti personali da rimuovere, nascondere o provare vergogna. C’è una tendenza pervasiva al diniego del trauma: si richiede all’individuo di essere sempre funzionale, reattivo e visivamente impeccabile, favorendo una pericolosa scissione tra l’immagine esterna che dobbiamo mostrare e il dolore interno che continuiamo a portare.
Il Kintsugi ribalta radicalmente questo paradigma.
L’accettazione della discontinuità: un oggetto spezzato non torna mai quello di prima, ma questo non significa che sia privo di valore. In psicologia, la vera resilienza (o meglio, la post-traumatic growth, la crescita post-traumatica) non consiste nel ripristinare uno stato precedente, ma nell’integrare la ferita all’interno di una nuova identità, più complessa e profonda.
Questa metafora è straordinariamente attuale perché viviamo in un’epoca di profonda analfabetizzazione emotiva di fronte al dolore. Quando giudichiamo una persona per i suoi errori, per la sua prigionia o per la sua diversità, stiamo buttando via il vaso rotto invece di guardare l’oro con cui ha saputo ripararsi. Scegliere il Kintsugi è un invito al lettore contemporaneo a smettere di nascondere le proprie fragilità per paura del giudizio altrui.
Quanto è importante, soprattutto per le nuove generazioni, imparare a riconoscere le proprie fragilità senza viverle necessariamente come una debolezza, ma trasformandole in una possibile risorsa?
Per le nuove generazioni non è soltanto importante: è una vera e propria questione di sopravvivenza psicologica ed emotiva.
Oggi i giovani crescono immersi nelle vetrine virtuali dei social media, sono costantemente esposti a modelli di successo istantaneo, corpi perfetti e vite patinate privi di sbavature. Questo fenomeno genera un cortocircuito psicologico devastante: l’inconscio dei ragazzi interiorizza l’idea che l’errore, la tristezza, la deviazione dal percorso standard o la semplice vulnerabilità siano colpe personali, anomalie da nascondere con vergogna.
Il risultato clinico di questo meccanismo è un’epidemia di ansia da prestazione, isolamento sociale volontario e una fragilità sistemica di fronte alle frustrazioni. Insegnare a riconoscere la fragilità significa compiere due passaggi fondamentali. Dalla debolezza alla legittimazione (Piano Clinico): la debolezza è la percezione di essere privi di risorse; la fragilità, al contrario, è la condizione costitutiva dell’essere umano. Un cristallo è fragile non perché sia debole, ma perché è prezioso e trasparente. Quando un giovane comprende che essere vulnerabile non significa essere “sbagliato”, interrompe il circuito della vergogna e si riappropria del diritto di fallire e di soffrire senza sentirsi un fallito.
La trasformazione in risorsa (Piano della Crescita): la fragilità è il terreno da cui germoglia l’empatia. In una società cinica e orientata al profitto, la sensibilità non è un deficit, ma un superpotere: è la premessa per la creatività, per l’arte e per la capacità di stabilire legami umani autentici e non utilitaristici. II protagonista della mia storia, con le sue cicatrici mostra proprio questo alle nuove generazioni: la vera forza sta nell’avere il coraggio di stare nella propria fragilità e trasformarla in luce. Riconoscere i propri limiti è il primo passo per non farsi mai comprare né omologare da nessuno.
Dopo la pubblicazione, che cosa ti hanno restituito i primi lettori de L’Uomo dell’Organetto? C’è stata una reazione, una riflessione o una testimonianza che ti ha fatto comprendere il libro sotto una luce nuova?
La restituzione da parte dei primi lettori è stato il momento in cui il romanzo è diventato un organismo vivo. Quando si scrive un libro così intimo, si teme sempre che la scelta di toccare argomenti tabù come la prigionia possano erigere un muro di distanza o di pregiudizio.
La reazione del pubblico ha del tutto ribaltato questa paura, dandomi una lezione di profonda speranza. La risposta dei lettori ha attivato un potente processo di risonanza empatica. Molti giovani musicisti mi hanno scritto per dirmi quanto questa storia li abbia toccati da vicino, raccontandomi di essersi affezionati alla figura del protagonista e di aver ritrovato in lui il senso più autentico della propria vocazione artistica. Altri lettori mi hanno aperto il cuore in modo inaspettato, arrivando a confidarmi i propri errori di vita.
Ma l’episodio che mi ha colpito di più è stato il messaggio di un lettore che mi ha scritto: “Leggendo la sua storia ho capito che l’organetto non era solo la voce del protagonista, ma era il suo modo di perdonare il mondo che lo aveva ferito, e farsi perdonare dal mondo. Questa riflessione mi ha fatto comprendere che, l’atto artistico del protagonista era un atto di riconciliazione. Suonare non serviva solo a difendersi dal mondo, ma a ricucire il prima e il dopo, a perdonare le macerie per poter continuare a camminare.
Lì ho capito che i lettori non cercano storie perfette o eroi invincibili. Ciascuno di noi cerca una narrazione che ci dica che è possibile cadere nell’abisso più scuro, subire lo stigma della società e, ciononostante, conservare un nucleo di bellezza pura capacissimo di tornare a suonare per chi sa davvero ascoltare.