Ennio Masneri: “Io, sordo oralista, scrivo per entrare nel mondo e per riscattare la mia terra d’origine”

Ennio Masneri è nato a Crotone nel 1978, ma vive a Vittuone (MI). Sordo oralista dall’età di due anni, si descrive fieramente come un calabrese d’origine lombarda. Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Perugia, lavora come Analyst in un’azienda del settore Technology a Milano. Nel tempo libero gli piace leggere, scrivere e sperimentare nuovi generi. Nel 2021 ha esordito con una raccolta di romanzi brevi noir e nel 2023 con l’opera L’ombra del ciliegio si è aggiudicato il primo premio in occasione della VII edizione del Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura per la sezione Letteratura per bambini e ragazzi.

Ennio Masneri
Ennio Masneri

La misura dell’orizzonte è il suo primo romanzo poliziesco con protagonista il commissario calabrese Corrado Perri.

La misura dell'orizzonte, Ennio Masneri

Ennio, sei da poco tornato in libreria, ma prima di parlare della tua ultima opera vorrei che tu ci raccontassi del premio ricevuto di recente nella tua regione…

È stata una bella esperienza! Ancora adesso fatico a credere di aver vinto un prestigioso premio internazionale con il mio breve romanzo “L’ombra del ciliegio”. Pensare che mi sono iscritto senza tanta convinzione, così, tanto per fare qualcosa, si può immaginare quindi la mia sorpresa nel ricevere una mail che mi comunicava di aver vinto uno dei primi posti in mezzo a tantissimi testi!

Questo riconoscimento e il fatto di aver ricevuto complimenti personali dalla stessa giuria dimostra che la perseveranza, anche patendo ansie e frustrazioni, premia il tuo assiduo lavoro, al di là di ogni pregiudizio: ciò che conta e va messo nero su bianco è il proprio cuore.

Il tuo legame con la Calabria ha giocato un ruolo importante nella creazione di questa nuova opera. Cosa ti ha ispirato a scrivere questa storia e a creare il personaggio del commissario Corrado Perri?

La voglia di dare voce non solo alla regione intera, ma anche alla zona calabrese del golfo di Taranto in cui sono nato, ho trascorso l’infanzia e dalla cui piattezza sono voluto fuggire per vedere da lontano come si è ridotta la Calabria facendo del male a se stessa. Più volte, come un astronauta che vede la Terra dall’alto, l’ho immaginata alla stregua di un messicano che fa la siesta tutto il giorno con il sombrero calato sulla testa ed è un’immagine che io, con rispetto parlando dei messicani, odio visceralmente, e non solo io. È sempre stato detto che il vero problema della Calabria è il calabrese stesso: in parte è vero, ma non del tutto. Quindi ho voluto reagire per sdoganare questo stereotipo, per aggrapparmi a quel “non del tutto”. Per poter cambiare certe mentalità vanno cambiati i cervelli e i cuori di chi è rimasto o ritorna. Per questo ho voluto far emergere le vere problematiche interne, anche imbarazzanti, quali la mancanza di servizi, di validi collegamenti strutturali, le reiterate omertà (buone solo per difendere una banale onorabilità), una mentalità ristretta e ancora imperante, un ambiente fermo, piatto, troppo condiscendente, non al passo con il resto del mondo. Ho voluto sfruttare la mia unica arma che è quella della scrittura e non credo di essere il solo a farlo. Mi auguro che questo mio piccolo esempio spinga il calabrese onesto – quello che vuole lavorare, agire, mettere in campo le sue vere qualità, cambiare fin nelle fondamenta e smettere di essere facile oggetto di stereotipi (non siamo mica tutti mafiosi o mangiatori di ‘nduja…) – a sovvertire certe mentalità e a un cambio generazionale più incisivo. Molti di noi ce la stanno facendo perché amano la propria terra e ne esaltano le qualità intrinseche che non si trovano da nessuna parte del mondo, ma il cammino è ancora arduo. Altrimenti o si fugge per realizzarsi altrove o si resta a subire in silenzio, senza lamentarsi.

Ennio Masneri
Ennio Masneri

C’è qualcosa di te in lui, oltre alla regione di origine?

Come in ogni romanzo che si rispetti, c’è sempre un po’ di autobiografia in ciò che si scrive. Perri ha la mia ironia e autoironia, il gusto per la buona tavola (in questo ho tratto ispirazione da Wolfe, Maigret, Carvalho, Montalbano…), ma anche la mia voglia di reagire e non farsi mettere i piedi sulla testa. Vi si ritrova l’odio che nutro verso queste mentalità ferme all’idea dell’onorabilità a tutti i costi e all’indifferenza generale di cui porto ancora i segni. Attraverso il mio Perri voglio far uscire il buono del calabrese onesto, rispettabile nella sua coerenza. Come si può attaccare lo Stato accusandolo d’indifferenza se anche noi siamo indifferenti a noi stessi e alla nostra terra? È inutile rivolgere altrove le proprie lamentele e fare facili scaricabarile quando si hanno mani e teste capaci di fare molto di più. Quando si scende giù e si tolgono certi paraocchi, si entra in entità rurali o piccole realtà costiere gestite da famiglie potenti e analfabete: sembra di trovarsi in un mondo ancora fermo all’ambientazione del film “Sedotta e abbandonata” di Pietro Germi e stiamo parlando degli anni Sessanta! Perri, come me, come gli altri, ha il coraggio di portare le sue esperienze, la sua voce, ciò che ha visto del mondo di fuori, le cose positive del progresso, con la sua verve ironica e la sua osservazione sarcastica della realtà piatta in cui ritorna a vivere per cambiarla nelle vesti di commissario e tutore della legge.

La tua dedizione nel rappresentare autenticamente la regione e i suoi abitanti è evidente. Perché farlo con un poliziesco?

Perché, come il giallo e il noir, è un genere che a mio avviso fa uscire il buono e il cattivo di ogni singolo personaggio rendendolo umano e più vicino a noi, senza tanti fronzoli, utopie e tentativi buonisti di sminuirne la multiformità del carattere. Quindi, per mostrare il male di vivere interno, ci vuole la secchezza del poliziesco. Ma non per questo si deve rifiutare di mettere un po’ della poesia delle nostre bellissime zone e del nostro saper vivere umano: insomma, dopo tanto pessimismo, un minimo di sano e ironico ottimismo ci vuole sempre.

Sordo oralista dall’età di due anni: come questo ha influito sulla scelta di diventare un autore di libri?

Come amo ripetere, scrivo per ricordare le parole. È scrivendo che mi alleno e cerco il significato di ogni singola parola che creo e la scrittura, come la lettura, mi serve non per fuggire dal mondo come di solito si fa, ma per rientrarvici. Leggere e scrivere sono due doti fondamentali per una persona sorda per entrare nella società senza bisogno di chiudersi in una gabbia d’oro, costruita sul falso perbenismo e buonismo. È grazie alla mia testardaggine e alla mia curiosità, alla voglia di non essere (e di non farmi considerare) inferiore a nessuno, di non volermi isolare, che ho voluto sfondare nella scrittura. È scrivendo che riesco a realizzarmi e a vedermi nel mio riflesso, come se fossi davanti a uno specchio. In pratica, quando scrivo sono il lettore severo e gentile di me stesso e quando leggo sono lo scrittore del mio cuore, “il padrone del mio destino” come dice un verso della bellissima poesia “Invictus” di William Ernest Henley.

Infine, se Corrado Perri approdasse sul piccolo schermo, quale attore vestirebbe i suoi panni?

Sarebbe davvero molto bello se si potesse fare una fiction per dare voce e rilievo alla mia zona, con tutte le conseguenze socio-economiche che ne deriverebbero. Mi farebbe molto piacere che a interpretare Corrado Perri fosse un calabrese della zona in cui ho voluto ambientare questo romanzo e i prossimi, magari un calabrese dai tratti tipici un po’ normanni. Per fare qualche nome, ci vedrei bene Luca Argentero con gli occhiali e la barbetta rada, Marco Bocci o Luca Marinelli. Anche Pierfrancesco Favino, di cui ho sempre apprezzato la verve teatrale, potrebbe vestirne i panni seppure sia anagraficamente più avanti negli anni. Conosco infine di persona un giovane e bravo attore che potrebbe recitarne la parte: l’emergente Vincenzo Iantorno, autoctono doc.

Ennio Masneri

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