Davide Buzzi, il desiderio di raccontare storie e di vivere emozioni da condividere

Un artista poliedrico, che spazia dall’attività di cantautore a quella di autore, fotografo di formazione e attivo anche nel campo del giornalismo, lui è Davide Buzzi, classe 1968 e nato ad Acquarossa (Svizzera).

Davide Buzzi

Davide, inizi la tua carriera artistica nel 1982, nel 1993 pubblichi il tuo primo cd e nel 2013 approdi al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo “Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte”. Negli anni ottieni dei riconoscimenti importanti a livello internazionale per il tuo lavoro cantautorale e da poche settimane sei uscito sul mercato editoriale con “MEMORIALE DI UN ANOMALO OMICIDA SERIALE” edito da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni, Follonica. Come fai a conciliare tutte queste attività artistiche? 

In verità ogni attività richiede i suoi tempi. Cerco sempre di ritagliare gli spazi giusti per ogni mio progetto, senza che uno possa arrivare a prevalere sugli altri. Non è difficile, basta un po’ di coordinazione. E poi alla fine è la passione di raccontare delle storie a permettermi di fare tutte le cose che faccio. Non conta la forma utilizzata per raccontare, conta la voglia di condividere le emozioni.

L’amore per un’arte prevale sulle altre o le ritieni tutte allo stesso livello?

Nessuna differenza. Adoro confrontarmi con tutte le forme d’arte che mi sono affini. Semmai la domanda potrebbe essere: quale tipo di espressione artistica è più faticosa da realizzare? Anche in questo caso è difficile trovare una risposta, ma certamente la realizzazione di un romanzo mette a confronto con difficoltà che nella scrittura del testo di una canzone non si incontrano.

Parliamo della tua ultima fatica letteraria “MEMORIALE DI UN ANOMALO OMICIDA SERIALE”: perché nel titolo troviamo la parola “memoriale” e l’aggettivo “anomalo”?

Memoriale dice già tutto da solo. Si tratta di un racconto autobiografico, estratto da una confessione che alla fine si presenta come una specie di libro della memoria. Anomalo in quanto il personaggio, il serial killer Antonio Scalonesi, non è a tutti gli effetti un omicida seriale come quelli che la letteratura o il cinema sono avvezzi a raccontarci. Scalonesi è un essere ben diverso e ben lontano dallo schema classico del serial killer. Anche per questo la giustizia non è riuscita a scoprirlo e a fermarlo.

Come è nato dalla tua penna il personaggio di Antonio Scalonesi?

L’idea di scrivere una storia che andasse a esplorare il pensiero e la coscienza di un criminale in verità è cominciata a balenare nella mia testa oltre una ventina di anni fa, quando ancora ero un agente del corpo delle Guardie di Confine. All’epoca mi capitò di eseguire un paio di fermi assai impegnativi, uno in particolare in quel di Basilea, quando arrestai un personaggio pluriricercato per rapina a mano armata e crimini diversi contro le persone. Al momento dell’arresto gli chiesi se fosse armato e non fu la sua risposta a colpirmi, ma piuttosto il tono.
Mi rispose che, se fosse stato armato, lui non si sarebbe trovato nella situazione di essere arrestato. Non lo disse con toni minacciosi, alzando la voce, sorridendo o che altro, lo disse con tono neutro, come se stesse parlando del tempo o del colore della moquette di casa. In poche parole, se lui fosse stato armato, io e i miei colleghi probabilmente saremmo morti, ma non perché si trattasse di una questione personale, semplicemente perché, per questo uomo, sparare a un altro essere umano era una questione senza importanza.
Questa cosa mi rimase impressa per molto tempo, finché decisi di approfondire il tema legato alla mentalità criminale. Ho letto diversi libri sulla materia, biografie di delinquenti, truffatori e altro ancora, fino a che arrivai ai serial killer e lì mi si apri un mondo.
Ma all’epoca non ero in grado di scrivere un racconto lungo. Io nasco come autore di canzoni e scrittore di racconti brevi. Scrivere un romanzo è una cosa diversa. Poi una decina di anni fa alcune traversie personali e in seguito l’avvento di una malattia improvvisa, che nel breve tempo di una notte ha cambiato per sempre la mia vita, mi hanno portato a scoprire il lato oscuro che regna nascosto in ognuno di noi. In quel periodo vivevo di rabbia assoluta, l’impotenza di cambiare le cose mi spingeva a immaginare cose folli.

A un certo punto ho capito che dovevo trovare una valvola di sfogo a tutta quella lava che tenevo imprigionata dentro. Ho pensato di sfogare sulla carta la negatività che mi opprimeva e così ho scritto del primo omicidio di questo killer senza nome, ma che da lì a poco si sarebbe profilato in Antonio Scalonesi. Da lì passo dopo passo si è sviluppato tutto il racconto che poi ha portato alla pubblicazione del memoriale.

Infine, ho quasi paura a chiedertelo, nella storia troviamo qualcosa di autobiografico?

Sì, il fatto che Antonio Scalonesi è astemio come il sottoscritto.
No, per via che io non sono mai stato uno sportivo semiprofessionista e non ho mai venduto case.
No, perché io sono una persona estremamente pacifica.
Sì, perché in ognuno di noi ospita un lato oscuro con il quale ogni giorno deve confrontarsi!

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