Il sangue dei martiri produce grandi frutti, lascia un segno indelebile nel tempo, a dispetto di quello che con la loro eliminazione si voleva ottenere.
Sacrifici non vani, dunque, nonostante siano passati 43 anni, dalla morte, ancora a tratti misteriosa, del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro
Era il 9 maggio 1978, quando lo statista venne ritrovato in via Caetani.

E la sua vicenda, legata indissolubilmente alla sua scorta, due Carabinieri: il maresciallo Oreste Leonardi e Domenico Ricci e tre poliziotti Raffaele Iozzino, il più giovane, Francesco Zizzi e Giulio Rivera, rimane ancora avvolta in un buco nero, che avvolge questa fitta storia.

Eppure Aldo Moro non è solo la strage di Via Fani è ben altro e non solo.
“Se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime“, aveva detto in un suo intervento nel 1969, in occasione del Congresso della DC.
Un uomo di profonda cultura, che sapeva guardare ed andare oltre, capace di prospettare il cambiamento, con un disegno lungimirante e sicuramente molto ambizioso che, però, non è stato suffragato da un sostegno atto alla realizzazione e alla stessa tutela del suo ideatore.
“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo – scriveva Aldo Moro. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà“.
Questo era Aldo Moro, l’uomo del confronto delle idee, della verità, della cultura della legalità, del rinnovamento, ma soprattutto della trasparenza. Un uomo libero, nonostante la sua fine. Un uomo che ci ha lasciato una grande verità.
Del resto aveva detto: “La vera libertà si vive faticosamente tra continue insidie“.
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