“Storie di sopravvivenza per aspiranti madri” Intervista a Jessica Melluso: quando scienza e vissuto personale si incontrano
Un racconto intimo, coraggioso e necessario: questo è il libro Storie di sopravvivenza per aspiranti madri (Youcanprint) scritto da Jessica Melluso, ginecologa specializzata in procreazione medicalmente assistita ed ex paziente, che condivide la sua doppia prospettiva – scientifica e umana – sul delicato tema dell’infertilità di coppia.

Un desiderio profondo mette a dura prova il matrimonio di Jessica, giovane ginecologa specializzata in infertilità di coppia, che scopre di non poter avere figli in modo naturale. Dopo aver intrapreso un faticoso percorso di procreazione assistita per cercare di realizzare il suo sogno di maternità, Jessica si confronta con le storie di tante donne che condividono la sua stessa sfida.
Anni dopo il suo cammino si intreccia con quello di Sofia, una ragazzina di tredici anni alla ricerca delle sue origini, figlia di una paziente e concepita con la fecondazione eterologa.
Un intreccio di destini che porta a galla emozioni intense e apre un dialogo sincero su temi cruciali del nostro tempo ancora oggi tabù come l’ovodonazione, l’aborto, la maternità surrogata, l’omogenitorialità, il Social Freezing e la pressione sociale, offrendo una prospettiva unica: “Io so cosa state vivendo, perché sono una di voi”.
Dottoressa, quali sono oggi i fattori di stile di vita e le condizioni mediche che incidono maggiormente sulla fertilità, e quali azioni preventive consiglierebbe a chi desidera avere un figlio in futuro?
Oggi sappiamo che lo stile di vita influisce molto sulla fertilità, sia maschile che femminile. Fumo, alcol, sovrappeso, stress cronico, sedentarietà e cattiva alimentazione possono compromettere la qualità ovocitaria e spermica. Anche l’inquinamento e l’uso eccessivo di sostanze chimiche giocano un ruolo. Dal punto di vista medico, patologie come l’endometriosi, la sindrome dell’ovaio policistico, problemi tiroidei o metabolici, e infezioni non trattate possono ostacolare il concepimento. Il consiglio che do è semplice ma importante: prendersi cura della propria salute prima ancora di iniziare a cercare una gravidanza. Fare controlli, mantenere un peso sano, muoversi regolarmente, curare l’alimentazione e, se serve, rivolgersi a un medico per una valutazione precoce. Investire sulla prevenzione è il primo passo per proteggere la propria fertilità.
In che modo le restrizioni della Legge 40/2004 e le differenze regionali influenzano il cammino delle coppie italiane verso la procreazione medicalmente assistita?
La Legge 40 del 2004 ha segnato profondamente il percorso della PMA in Italia. Alcuni dei suoi limiti più rigidi — come il divieto alla fecondazione eterologa e alla crioconservazione degli embrioni — sono stati fortunatamente superati da sentenze della Corte Costituzionale. Oggi queste pratiche sono consentite. Tuttavia, restano esclusioni importanti: la legge permette l’accesso alla PMA solo a coppie eterosessuali, maggiorenni, conviventi o sposate, escludendo quindi di fatto le coppie omosessuali e le donne single. Questo costringe molte persone a rivolgersi a centri all’estero per poter realizzare il proprio progetto genitoriale. Inoltre, anche tra le coppie che rientrano nei criteri legali, le differenze regionali pesano ancora moltissimo. In alcune Regioni l’accesso è garantito nei centri pubblici o convenzionati, con buoni livelli di qualità e tempi ragionevoli. In altre, soprattutto al Sud, le strutture sono poche, i tempi lunghi, e l’unica possibilità è rivolgersi al privato, spesso a costi elevati. Nonostante la PMA sia inserita nei nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), l’attuazione pratica è disomogenea. Questo crea grandi disuguaglianze e rende il percorso molto più difficile per alcune coppie rispetto ad altre, anche all’interno dello stesso Paese. In sintesi: la legge è cambiata in parte, ma non è ancora pienamente inclusiva, e l’accesso ai trattamenti dipende troppo dal codice di avviamento postale.
Che impatto emotivo e pratico ha, sulle coppie, la necessità di rivolgersi a centri esteri per la PMA o per la donazione di gameti?
Rivolgersi a un centro estero è spesso una scelta obbligata, non libera. Le coppie lo fanno perché in Italia non hanno accesso a certe tecniche — come nel caso delle coppie omosessuali, delle donne single o quando la donazione di gameti è complicata da limiti pratici o burocratici. A livello emotivo, è faticoso: ci si sente “respinti” dal proprio Paese proprio nel momento in cui si è più vulnerabili. Aumenta il senso di solitudine, di ingiustizia, e anche di urgenza. Sul piano pratico, ci sono costi economici importanti: voli, pernottamenti, giorni di lavoro persi, traduzioni di documenti, controlli a distanza. Tutto diventa più complesso, meno “sostenibile” a lungo termine. Eppure, molte coppie accettano tutto questo pur di non rinunciare al loro desiderio di genitorialità. Il problema è che non dovrebbe essere così: la fertilità non può essere un privilegio riservato a chi può permettersi di espatriare.
Le storie raccolte nel libro mostrano famiglie eterogenee: quali riflessioni le suscitano sui modi in cui oggi si definisce “famiglia” e “maternità”?
Le storie che ho raccolto mostrano chiaramente che oggi la famiglia non ha più un solo volto. Esistono famiglie nate dopo lunghi percorsi di PMA, famiglie monogenitoriali, famiglie con figli nati da donazione, famiglie che si formano anche senza un legame biologico. Quello che conta non è più la forma, ma la scelta consapevole di esserci, di accogliere, di prendersi cura. La maternità non è solo un fatto biologico: è un legame che si costruisce giorno dopo giorno, con amore, tenacia e presenza. Credo sia arrivato il momento di allargare lo sguardo, di riconoscere e valorizzare tutte le forme di genitorialità che nascono dal desiderio autentico di costruire una famiglia, anche se fuori dagli schemi tradizionali. Il libro lo dimostra: non esiste un solo modo giusto di diventare madre — e ogni storia merita ascolto, rispetto e dignità.
In chiusura, lei descrive il ginecologo come “psico-ginecologo”: quanto è importante per un medico saper affiancare le pazienti anche sul piano psicologico durante un percorso così complesso?
Conta tantissimo. In un percorso come la PMA, il corpo e la mente vanno di pari passo. Le pazienti non portano solo ormoni, esami e protocolli, ma anche paure, aspettative, delusioni e speranze. Un buon ginecologo non può ignorare questa dimensione. Deve saper ascoltare, contenere, dosare le parole, essere empatico senza invadere. A volte basta uno sguardo o il tono con cui si comunica una notizia per fare la differenza. Per questo parlo di “psico-ginecologo”: perché la competenza tecnica da sola non basta. Serve umanità, presenza, e la capacità di stare accanto alle persone nei momenti in cui si sentono più fragili ma anche più coraggiose.