Per riflettere prima della Messa: XII Domenica Per Annum, 21 giugno 2026 – Anno A

Tempo di coraggio Mt 10,26-33

Gesù Cristo Laura Ciulli Infinite realtà.it padre Ubaldo terrinoni«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nel- la luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbia- te paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendo- no forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! […]».

Dietro le immagini del racconto evangelico si legge l’esperienza di fede dei primi cristiani alle prese con lo spirare forte dei primi venti di terribili prove. Si ritrovano improvvisamente presi nella tempesta della persecuzione. La politica romana è un vento violento che spira in senso contrario alla barca di Pietro. E i cristiani sono tentati fortemente di scoraggiarsi, di cedere alla paura, all’angoscia, di scegliere la fuga, di scomparire, di nascondersi. E sembra che in tutto questo il Signore sia assente, risulti lontano; sembra che Egli si disinteressi della loro situazione.

Lo spettro della persecuzione viene presentato da Gesù stesso nel discorso che Egli tiene ai discepoli ed è riferito nel capitolo 10 da Matteo. Ebbene, Gesù sottolinea due fondamentali segni di conforto e di coraggio: la persecuzione è un’occasione per rendere testimonianza; Egli sarà accanto per sostenerli e per dare a loro lingua e sapienza a cui nessuno potrà resistere.

Del resto, si sa che la Chiesa lungo tutto il cammino nella storia sarà sempre accompagnata da persecuzioni più o meno terribili. A noi sacerdoti e religiosi, agli uomini e alle donne praticanti viene richiesto di arginare la violenza con l’impegno di rendere una testimonianza coraggiosa. Testimoniare in greco suona martyrein, da cui deriva il nostro termine “martire”.

La testimonianza si manifesta soprattutto con la vita. Le parole potrebbero non essere sufficienti, potrebbero risultare rumorose, noiose, troppe, incomprensibili, difficili… E allora si sceglie di parlare con la vita: vita buona, semplice, limpida, trasparente, lineare. E tutti sono capaci di leggere una vita vissuta così, tutti sono capaci di capirla, anche i bambini, gli analfabeti, i poveri, gli incolti. Così si comprende che non basta conoscere il Vangelo e predicarlo, si richiede di incarnarlo, di viverlo, di trasferirlo in vita.

Così si evangelizza a bocca chiusa, in silenzio, perché si parla senza parole, si parla con la vita. Quindi non si punta sul clamoroso, sul rumoroso, bensì sul silenzioso. Colui che propone il Vangelo con la vita non ha che da esistere, la sua stessa esistenza è già una predica efficace, è un appello urgente. Come suona bruciante il rimprovero di Gandhi indirizzato a noi cristiani: “Leggo il Vangelo e ne resto affascinato, guardo la vita dei cristiani e rimango inorridito”.

Torna sempre suggestivo e calzante il monito evangelico contro coloro che sono ipocriti, perché “dicono e non fanno”. Gesù si riferiva al cattivo esempio dato dalle autorità religiose del suo tempo e suggeriva sapientemente di non cadere nello stesso errore madornale: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno” (Mt 23,3). Vorrei concludere con un monito, troppo vero per non condividerlo, di Benjamin Franklin: “Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”.

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