Per riflettere prima della Messa: IV Domenica del Tempo Ordinario, 1 febbraio 2026 – Anno A
"Beati i poveri in spirito" Mt 5,1-12a
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra […]».
È una celebratissima pagina del Vangelo; è la magna charta del cristianesimo; è la legge fondamentale della vita del cristiano; è il codice della nuova logica evangelica; è la costituzione autentica del Regno di Dio. Le nove Beatitudini del testo di Matteo (si noti che Luca ne riferisce soltanto quattro, 6,20-23) si offrono a noi con una semplice e ben definita struttura letteraria, in un triplice movimento:
– dichiarazione di felicità: “Beati!”;
– designazione dei destinatari: “poveri, miti, misericordiosi…”;
– motivazione di fondo: “perché di essi…”.
Ovviamente il messaggio non è per alcuni eletti privilegiati, ma è per tutti, perché tutti aspirano alla felicità e anche perché questa è la vocazione essenziale di ogni uomo. Pertanto non si tratta di parole consolatorie rivolte a chi è in miseria, né è una predica moralistica finalizzata a incoraggiare i buoni, ma è un
appello rivolto a tutti senza distinzione per la conquista di uno stato di felicità piena e duratura. È una proposta di felicità del cuore in opposizione a una logica che propone la gioia per un benessere materiale che, però, ha la durata dell’erba del prato che oggi è e domani è falciata.
Per un’autentica esperienza di “beatitudine” si richiede un atteggiamento di fondo, cioè la povertà del cuore. È un atteggiamento evangelico già prefigurato nell’Antica Alleanza dal cosiddetto resto d’Israele. Si tratta di coloro che storicamente tornarono dall’esilio babilonese nel 538 a.C.: uno sparuto nu- mero di esuli sono tornati in patria. Il profeta Sofonia ne delinea l’identità “farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13).
Ed è successo che l’esilio babilonese, le catastrofi, le umilianti sconfitte e le prove senza numero hanno orientato gli esuli unicamente verso Dio. C’è in loro un vuoto spaventoso e ormai non si aspettano più nulla dai potenti della terra, ma soltanto dall’Alto. Allo sguardo dei ricchi e dei benpensanti essi appaiono oggetto di scherno, di beffa, di rifiuto, ma Dio si prende premurosa cura di loro diventati poveri. Ormai l’unica vera ricompensa non sono i beni terreni, ma Dio solo. Inoltre, si osserva saggiamente che fin qui nella storia d’Israele, il povero era stato considerato peccatore, maledetto e castigato; ora invece il povero è benedetto, prediletto e privilegiato.
Maria risulta l’incarnazione più splendida e più eloquente del “resto d’Israele”. “Il suo Magnificat è il canto lirico insuperabile di questa povertà – afferma M. Magrassi –. Lagrange afferma che mentre Gesù pronunciava le Beatitudini, doveva pensare a sua Madre: ogni frase è come una pennellata che delinea il volto di Maria. Si tratta di riconoscere praticamente che davanti a Dio siamo tutti radicalmente dei poveri: e che senza di Lui non possiamo costruire né la nostra vita, né la nostra felicità”.