Per riflettere prima della Messa: II Domenica dopo Natale, 4 gennaio 2026 – Anno A

"... Il Verbo si è fatto carne" Gv 1,1-1

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. […] Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credo- no nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Così, Dio ha voluto rendersi visibile nella carne umana attraverso Cristo Gesù, carne assunta nel mistero dell’Incarnazione. Cosicché al cuore della nostra fede non c’è solo Dio (come è per l’Islam e per Israele) ma c’è l’Uomo-Dio. Questo straordinario evento vuol dire che il Dio invisibile si è fatto visibile, il Dio eterno è entrato nel tempo assumendo la nostra condizione temporale e mortale; il Dio spirito si è fatto carne. L’evangelista Giovanni afferma nel prologo del suo Vangelo: “Il Verbo si è fatto carne” (sarx); non dice uomo o corpo, ma carne! Mediante l’evento dell’Incarnazione, Cristo entra nello stesso quadro di riferimento dell’uomo, si dispone sulla stessa lunghezza d’onda e si presenta come uno che chiede pur avendo tutto da donare.

Risulta in tutto uomo del suo tempo e del suo ambiente. Si integra in tutto con la cultura, usi, costumi del suo contesto umano fin dalla nascita: veste alla maniera ebrea (Gv 4,9); si esprime con il linguaggio e le inflessioni difettose dei nazaretani (Mt 26,73); vive, gioca, lavora e prega così come apprende da Maria e da Giuseppe (Lc 2,51), partecipa alle celebrazioni del suo popolo (Lc 2,41-42); osserva le feste e le usanze tradizionali (Gv 10,22-23; 12,12-13). In conclusione, Dio in Gesù Cristo ha vissuto intensamente l’esperienza dell’umano. L’apostolo Giovanni, volendo esprimere tutto il peso del sentire umano del Cristo, non ha trovato di meglio del termine carne.

Ora quest’ultimo termine assume una triplice dimensione: la prima è quella del limite, della finitudine. E come è per ogni realtà temporale, anch’Egli ha voluto essere circoscritto nel tempo e nello spazio. Poi Ss noti che la fonte biblica pone l’esistenza nella carne agli antipodi dell’esistenza dello spirito: Giovanni nel suo Vangelo coglie dalla bocca di Gesù la chiara affermazione: “È lo spirito che vivifica, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63); già in precedenza aveva detto: “Ciò che nasce dalla carne è carne, ciò che nasce dallo spirito è spirito”. Con ciò che nasce nella carne mi riferisco alle fragilità, debolezze, malattie, incertezze, sofferenze… Tutt’altro che mostrarsi impassibile e insensibile, Egli ha partecipato ai nostri drammi, ha tremato di fronte ai pericoli, ai dolori fisici e morali (Mc 14,35); si è ingegnato a evitare le minacce: “Gesù non si faceva vedere più in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli” (Gv 11,54).

La terza dimensione è la più pesante ed è possibile ad alcuni; e Gesù ne ha voluto fare l’esperienza: mi riferisco all’amara esperienza dell’infamia, dell’ignominia, dell’abiezione; ha voluto provare nella sua carne che cosa significa risultare criminale, delinquente, pericoloso per la società… Ebbene, Gesù ha assunto questa carne, che si è ribellata alle prove, alle sofferenze, alla morte. Egli dunque è risultato in tutto come uno di noi!

Giustamente, il Concilio ne dà conferma con parole ispi- rate: “Con l’Incarnazione Egli si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure uomo” (Lumen Gentium, n. 22).

Gesù dunque tutt’altro che essere l’asceta impassibile e livellatore delle sue emozioni, appare nei Vangeli come l’uomo concreto che dà spazio alla spontaneità dei sentimenti e delle emozioni. Sa ardere di collera come i profeti con sdegno dirompente (Mt 21,12); smaschera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei con parole di fuoco (Mt 23,13-39); esprime la sua entusiastica ammirazione per la fede genuina del centurione (Lc 7,9), della cananea (Mt 15,28), della povera vedova che getta con gesto furtivo i suoi unici spiccioli nel tesoro del tempio (Mc 12,41- 44); prova profonda amarezza per la mancata gratitudine dei nove lebbrosi guariti (Lc 17,17-18).

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