Omelia di Mons. Fabio Fabene in occasione del Giubileo per i 350 anni della nascita di Santa Lucia Filippini

Mons. Fabio Fabene, pH Laura Ciulli
Mons. Fabio Fabene

 

Dicastero delle Cause dei Santi

Omelia della 4a domenica di Quaresima

Giubileo per i 350 anni dalla nascita di Santa Lucia Filippini

Montefiascone, 26 marzo 2022

 

Santa Lucia Filippini, pH Laura Ciulli
Santa Lucia Filippini

Cari fratelli e sorelle,

Nel cammino quaresimale che stiamo vivendo, questa 4a domenica ci lascia già intravedere la gioia della Pasqua: «Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate (…) sfavillate di gioia con essa», ci ripete la liturgia all’inizio della celebrazione.

Le parole del profeta Isaia – dalle quali è tratta l’antifona d’ingresso –  riecheggiano la gioia sperimentata dal Popolo di Israele che, dopo il lungo e faticoso cammino nel deserto, giunge alle soglie della Terra Promessa. Alla sera di quel giorno, come abbiamo ascoltato nella Prima lettura, il popolo, santificato attraverso il rito della circoncisione, celebra la Pasqua e Dio dichiara solennemente: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto» (Gs 5, 9a). La gioia è espressa anche dal mangiare i frutti della terra di Canaan. Il popolo fa così l’esperienza filiale di giungere a casa.

Nella pagina evangelica che abbiamo sentito, la gioia è quella del figlio prodigo che, dopo aver dissipato l’eredità che aveva voluto da suo padre ed aver sperimentato il punto più basso del suo essere uomo, tanto da non avere da mangiare nemmeno il cibo dei maiali, ritorna e sulla strada di casa trova il padre, che gli corre incontro, lo abbraccia, lo riveste dell’abito nuovo, gli mette l’anello al dito, perché quel figlio, che era perduto, era tornato a casa (Lc 15, 24.32). La parabola, che ci tocca nel cuore ogni volta che l’ascoltiamo, ci colpisce per la gioia stessa del Padre, che nelle “parabole della misericordia” del Vangelo di Luca ci invita a gioire con lui: «Rallegratevi con me» (Lc 15, 6.9), ci ripete anche oggi.

La gioia del Padre, per il ritorno a casa di quel figlio o per aver ritrovato la pecorella smarrita o la moneta perduta, è oggi la gioia di tutti noi, che viviamo il Giubileo in occasione dei 350 anni della nascita di S. Lucia Filippini. La stessa parola “Giubileo” richiama la gioia per la liberazione da tutte le forme di oppressione, come i debiti, la schiavitù, la prigionia e ci convoca negli squilli – com’era nel Giubileo biblico – a fare gioiosa memoria di S. Lucia, che ha lasciato un segno profondo nella Chiesa, nella cultura e nella società del suo tempo. Un segno che ancora oggi risplende, attraverso l’Istituto delle Maestre Pie, in varie parti del mondo. Il messaggio del Giubileo è proprio quello della misericordia, «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa», come ha scritto Papa Francesco (Misericordiae vultus, 10).  È “tempo forte” della nostra vita cristiana, nel quale risuona l’appello di S. Paolo ai Corinti, ascoltato nella Seconda lettura: «Lasciatevi riconciliare con Dio!» (2Cor 5,20).

Sì, cari fratelli e sorelle, questo Anno Santo deve essere il tempo per riscoprire l’amore di Dio, ritornare a Lui, rinnovarsi interiormente come persone e come comunità. La convocazione giubilare, infatti, se tocca il cuore di ciascuno, riguarda tutto il popolo, invitato a riscoprire se stesso come una «carovana» che cammina insieme. E insieme questa Città è chiamata a compiere un «santo pellegrinaggio» (Evangelii gaudium, 87) verso questo luogo, dove sono custodite le reliquie di S. Lucia Filippini, del Ven. Card. Barbarigo e la memoria di buoni Pastori, che hanno edificato questo popolo. Le radici sono necessarie per portare frutti di santità ed insieme comunicare «la dolce e confortante gioia» del Vangelo (Evangelii gaudium, 10). Tutti infatti siamo morti e risorti con Cristo, e siamo nuove creature. Dalla sua Pasqua è nata la Chiesa, nuovo popolo di Dio, e come tale dobbiamo riscoprirci. Questo “ringiovanimento”, che emergerà nella Veglia Pasquale, nelle acque del Fonte battesimale, è pura Grazia. Noi infatti siamo “resi giovani”, salvati, attraverso Cristo e in Cristo. Questa è stata la novità vissuta da S. Lucia. Una novità così profonda, che l’ha portata a sperare al di là di ogni speranza, scrivendo: «Se io sapessi che le porte del Cielo fossero serrate per me in castigo dei miei peccati, e Dio mi avesse voltato le spalle e dato in potere ai nemici, [ep]pure, perché Gesù è tanto buono e misericordioso, spero che la sua medesima misericordia intercederà per me e mi libererà dai mali». Nella contemplazione del Crocifisso, Ella ha nutrito la sua fede e la sua speranza, al punto da desiderare – come disse a Dio, in una sua preghiera – che nel suo cuore si accendesse un’ardente fiamma d’amore verso di Lui, che la consumasse, per poter vivere di Dio soltanto.

Il Giubileo, nell’incontro con Cristo, ci deve portare ad essere “nuovi”, lasciando tutto ciò che ci appesantisce, superando tensioni, modi di fare e di essere che non sono conformi alla nostra appartenenza a Cristo, sia in relazione a Lui che nei rapporti fraterni. Anche noi forse ci ritroviamo nel fratello maggiore della parabola, adirato per l’accoglienza festosa che il padre fa al figlio perduto (Lc 15, 28). È una reazione mondana alla gioia del padre, che ci colpisce ogni volta che non entriamo nella gioia del Signore. Il nostro incontro con Gesù ci fa suoi cooperatori all’opera di salvezza: «in nome di Cristo dunque siamo ambasciatori», abbiamo sentito da S. Paolo, per chiamare tutti alla riconciliazione. È ciò che S. Lucia ha fatto, innalzando il Crocifisso e dicendo: «Amate Dio, amate Dio».

Questo annuncio è quanto mai attuale in questo tempo di guerra, che mai avremmo immaginato. Risuona nelle famiglie, dove non risplende l’amore coniugale, come nei rapporti reciproci. Ovunque dobbiamo essere «operatori di pace» (Mt 5, 9), di fraternità, di comunione. La Parola di Dio, oggi ci parla di “ritorno”, che è strettamente unita all’altra: “conversione”. Con l’Indulgenza Giubilare, che possiamo ottenere attraverso il passaggio della Porta Santa, facciamo esperienza della «Chiesa con le porte aperte», come dice Papa Francesco, che «è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre» (Evangelii gaudium, 46-47). Il Giubileo è questo: a poco serviranno le altre iniziative, anche buone, se non ci porteranno a vivere come figli di Dio e fratelli di tutti, ad essere «misericordiosi come il Padre» (Lc 6, 36). S. Lucia ci aiuti a non sprecare questo “tempo santo”, a viverlo come tempo favorevole di Grazia per rimetterci in cammino verso Dio, il Padre che ci viene incontro, e realizzare e vivere nella gioia la comunione con i nostri fratelli.

 

+ Fabio Fabene

Arciv. tit. di Montefiascone

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