“La Speranza sotto l’Assedio”, Papa Francesco a colloquio con Lorena Bianchetti

A SUA IMMAGINE
RAIUNO

“LA SPERANZA SOTTO ASSEDIO”

PAPA FRANCESCO A COLLOQUIO CON LORENA BIANCHETTI

(Speciale del Venerdì Santo)

 

Papa Francesco

Lorena Bianchetti: Santità, intanto grazie, perché sono qui a nome di tutte quelle persone che in questo momento stanno vivendo stati d’animo complessi: di smarrimento, di angoscia, di paura, di sofferenza. Parto da un orario: le tre, le tre del pomeriggio. Gesù muore sulla croce e muore da innocente. Sono tantissime le persone innocenti che non vogliono la guerra ma che la subiscono. Sono di questi giorni le immagini di corpi senza vita sulla strada, si parla addirittura di forni crematori ambulanti, ma anche di stupri, devastazioni, barbarie.

Che cosa sta succedendo all’umanità, Santità?

Santo Padre: Ma non è una novità, cara. Uno scrittore diceva che “Gesù Cristo è in agonia fino alla fine del mondo”, è in agonia nei suoi figli, nei suoi fratelli, soprattutto nei poveri, negli emarginati, nella povera gente che non può difendersi. A noi, in questo momento, in Europa, ci colpisce tanto questa guerra. Ma guardiamo un po’ più lontano. Il mondo è in guerra, il mondo è in guerra! Siria, lo Yemen, poi pensa ai Rohingya cacciati via, senza patria. Dappertutto c’è guerra. Il genocidio del Ruanda 25 anni fa. Perché il mondo ha scelto – è duro dirlo – ma ha scelto lo schema di Caino e la guerra è mettere in atto il cainismo, cioè uccidere il fratello.

Lorena Bianchetti: E proprio perché esiste il bene ed esiste il male lei più volte ci ha messo in guardia dal modo in cui il male agisce. Ci ha detto che il demonio si presenta in modo gentile, ci lusinga, ma in realtà il male vuole solo  il nostro fallimento: con il demonio non si dialoga. E allora le chiedo, proprio alla luce di quanto stava dicendo, come si possono trovare forme di mediazione, forme di dialogo con chi, o comunque, con coloro che desiderano e inseguono soltanto la sopraffazione?

Santo Padre: Quando io dico col demonio non si dialoga è perché il demonio è il male, senza niente di buono! Diciamo è come il male assoluto. Colui che si è ribellato contro Dio totalmente! Ma con le persone che sono ammalate, che hanno questa malattia dell’odio si parla, si dialoga e Gesù dialogava con tanti peccatori, persino fino a Giuda alla fine “amico”, sempre con la tenerezza perché tutti noi abbiamo sempre con lo spirito del Signore che Lui ha seminato in noi qualcosa di buono. E quando io sono davanti [a] una persona e ho sempre  – tutti noi diciamo, questo lo dico diversamente – quando noi siamo davanti [a] una persona dobbiamo pensare a cosa parlo di questa persona: alla parte brutta o alla parte nascosta, più buona. Tutti noi abbiamo qualcosa di buono, tutti! È proprio il sigillo di Dio in noi. Mai dobbiamo dare per finita una vita no… finita nel male, dire “Questo è un condannato”. Mi viene alla mente quella signora che è andata a confessarsi col curato d’Ars perché il marito si era buttato giù dal ponte. Il curato la sentì, piangeva. “Quello che mi rode di più è che è nell’inferno”. “Si fermi”- le ha detto. “Fra il ponte e il fiume c’è la misericordia di Dio”. Sempre Dio cerca di salvarci fino alla fine, perché lui ha seminato in noi la parte di buono. Anche a Caino l’aveva seminata, Abele e Caino, ma Caino ha fatto un’azione per la violenza e con questa azione che si fa una guerra.

Lorena Bianchetti: Però, secondo lei, anche dal punto di vista culturale c’è sufficiente impegno – dico anche a livello ecclesiale non solo culturale quindi -, c’è sufficiente impegno nel mettere in guardia le persone dalla tentazione di cadere e di vivere l’inferno nel cuore già su questa terra? Le dico questo perché a volte viviamo in una società in cui sembra che il diabolico sia decisamente più affascinante, più stimolante rispetto al buono, l’onesto, il gentile e anche lo spirituale, che appare e viene proposto come noioso.

Santo Padre: Sì, è vero questo. Il male è più seduttore. Tornando al demonio qualcuno dice che io parlo troppo del demonio. Ma è una realtà. Io ci credo, eh! Alcuni dicono: “No, è un mito”. Io non vado col mito, vado con la realtà, ci credo. Ma è seduttore. La seduzione cerca sempre di entrare, promettere qualcosa. Se i peccati fossero brutti, non avessero qualcosa di bello, nessuno peccherebbe.  Il demonio ti presenta qualcosa di bello nel peccato e ti porta a peccare. Per esempio coloro che fanno la guerra, coloro che distruggono la vita degli altri, coloro che sfruttano la gente nel lavoro. L’altro giorno ho sentito una famiglia che raccontava che il papà, matrimonio ancora giovane, doveva lavorare come bracciante ma usciva il mattino più presto, tornava la sera, per poca cosa, sfruttato da una ditta miliardaria. Anche questo è una guerra. Anche questo è distruggere, non solo i carri armati, anche questa è una distruzione. Il demonio cerca sempre la distruzione di noi. Perché? Perché noi siamo l’immagine Dio. Torniamo all’inizio, le tre del pomeriggio. Gesù muore, muore solo. La solitudine più piena, abbandonato anche da Dio: “Perché mi hai abbandonato?”. La solitudine più piena, perché lui ha voluto scendere fino alla più brutta delle solitudini dell’uomo per tirarci su da lì. Lui torna presso il Padre, ma per primo è disceso, è in ogni persona sfruttata, che soffre le guerre, che soffre la distruzione, che soffre la tratta. Quante donne sono schiave della tratta, qui a Roma e nelle grandi città. È opera del male. È una guerra.

Lorena Bianchetti: Insomma, come diceva anche Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “La battaglia tra Dio e il demonio è proprio il cuore dell’Uomo”. È lì che si gioca la partita.

Santo Padre: È lì che si gioca. Per questo ci vuole quella mitezza, quella umiltà di dire a Dio: “Sono un peccatore, ma tu salvami, aiutami!”. Perché ognuno di noi ha dentro la possibilità di fare questo che fanno questi che distruggono gente, che sfruttano gente. Perché il peccato è una possibilità della nostra debolezza e anche della nostra superbia.

Lorena Bianchetti: Lei diceva prima, ricordava, la frase pronunciata da Gesù sulla croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e questa frase traduce solitudine, ma anche sconforto, angoscia e quindi anche disperazione, lo stato d’animo che tutti quanti noi viviamo quando non sappiamo quale può essere la soluzione a un dolore, ma anche a un senso di colpa. Mi viene in mente, a proposito della disperazione, Santità, un’immagine di questa guerra – e lo dico da mamma – un papà che corre con in braccio il proprio figlio perché colpito dalle schegge di una bomba. Corrono lui e la moglie in ospedale, disperati. Le notizie che sono arrivate è che questo bambino purtroppo non ce l’ha fatta. Io non riesco ad immaginare una disperazione più straziante di quella di due genitori che perdono un figlio in questo modo. Che cosa si sente di dire loro? Cosa si sente di dire a quei genitori che vivono questa esperienza straziante?

Santo Padre: Sa, nella vita si impara. Io ho dovuto imparare tante cose e ancora devo imparare perché mi aspetto di vivere un po’ di più, ma devo imparare. E una delle cose che ho imparato è di non parlare quando qualcuno soffre. Sia un ammalato, sia una tragedia. Li prendo per mano, in silenzio. Ma quando ti vengono [a dire] e tu sei ammalato “No, ma lei qua, là, ma il Signore…”. Stai zitto! Stai zitto. Davanti al dolore: silenzio. E pianto. È vero che piangere è un dono di Dio, è un dono che noi dobbiamo chiedere: la grazia del pianto, davanti alle nostre debolezze, davanti alle debolezze e alle tragedie del mondo. Ma non ci sono le parole. Lei ha citato Dostoevskij. Mi viene [in mente] quel piccolo libretto, che è come un riassunto di tutta la sua filosofia, la sua teologia, tutto: Memorie dal sottosuolo. E lì c’è, quando muore qualcuno, muore uno – sono dei condannati, carcerati che sono in ospedale – muore uno lì e lo prendano e lo portano. E l’altro, dall’altro letto, dice: “Per favore, fermatevi! Questo anche aveva una mamma”. La figura della donna, la figura della mamma, davanti alla croce.  Questo è un messaggio, è un messaggio di Gesù per noi, è il messaggio della sua tenerezza nella mamma. Nel momento più brutto della sua vita Gesù non ha insultato.

Lorena Bianchetti: Visto che sta citando le donne, Santità, sotto la croce c’erano proprio le donne, sotto la croce di Gesù. C’è un’altra immagine che le voglio proporre. Ancora torniamo in Ucraina. Una donna incinta, trasportata su una barella perché ferita dalla guerra, trasportata in mezzo alle macerie, mentre cerca di accarezzare, con l’ultimo soffio di forze che le rimane, il grembo. Da quello che è arrivato, nemmeno questa donna con quel bambino ce l’ha fatta. Ma mi vengono in mente veramente le donne, la forza delle donne. Mi vengono in mente le mamme russe, mi vengono in mente le mamme ucraine. E allora le chiedo il ruolo delle donne: quanto è importante un ruolo attivo delle donne, nei tavoli delle trattative, per costruire concretamente la pace?

Santo Padre: “Le donne sono capaci di dare vita anche a un morto” è un modo di dire. Le donne sono nell’incrocio delle fatalità più grandi, sono lì, sono forti. È interessante. Gesù è lo sposo della Chiesa e la Chiesa è donna, per questo la madre Chiesa è così forte. Non parlo dei clericalismi, dei peccati della Chiesa. No, la madre Chiesa significa quella che è ai piedi della croce sostenendo noi peccatori. Una cosa che a me colpisce tanto, che mi fa pensare a Maria e alle altre donne ai piedi della croce. Alcune volte io dovevo andare in qualche parrocchia di una zona che si chiama Villa Devoto, a Buenos Aires, e prendevo il bus, l’86. Questo passa davanti al carcere e tante volte passavo e c’era la coda delle mamme dei detenuti, lì. Davano la faccia per i figli, perché ognuno che passava diceva: “Questa è la mamma di uno che sta dentro”. E tolleravano i controlli più vergognosi, ma per vedere il figlio. La forza di una donna, di una mamma che è capace di accompagnare i figli fino alla fine. E questa è Maria e le donne ai piedi della croce. È accompagnare il figlio, sapendo che tanta gente dice: “Ma questa come ha educato il figlio che è finito così?”. Chiacchiericcio subito. Ma le donne non si preoccupano: quando c’è un figlio di mezzo, quando c’è la vita di mezzo, le donne vanno avanti. Per questo quello che dice – dare il ruolo alle donne nei momenti difficili, nei momenti di tragedia -, è tanto importante, è tanto importante. Loro conoscono cosa è vita, cosa è preparare la vita e cosa è morte, lo sanno bene. Parlano quel linguaggio.

Lorena Bianchetti: E ci sono, Santità – anche perché stiamo parlando delle tante morti provocate dalla guerra – ci sono delle morti più silenziose, ma non meno cruenti. Penso a chi viene ucciso dalle mafie e penso alle donne uccise dai propri compagni. È vero che gli ultimi saranno i primi nel Cielo, ma come   queste persone e chi perde questo tipo di affetti, può credere in una giustizia, in una ricompensa già su questa terra?

Santo Padre: Lo sfruttamento delle donne è il pane nostro quotidiano. La violenza sulle donne è il pane nostro quotidiano. Donne che subiscono colpi, che subiscono violenza dai compagni e portano in silenzio questo o si allontanano senza dire il perché. Noi maschi sempre avremo la ragione: noi siamo i perfetti. E le donne sono condannate a tacere per la società. “No, ma questa è matta, questa è una peccatrice”. Quello che dicevano della Maddalena.“Ma guarda questa che ha fatto, questa è una peccatrice!”. “E tu non sei peccatore? Tu non sbagli?”. Ma le donne sono la riserva dell’umanità, io posso dire questo: ne sono convinto. Le donne sono la forza. E lì, ai piedi della croce, i discepoli scappati, le donne no, quelle che lo avevano seguito durante tutta la vita. E Gesù, nel cammino verso il Calvario, si ferma davanti un gruppo di donne che piangeva. Loro hanno la capacità di piangere, noi uomini siamo più brutti. E si ferma [e dice]: “Piangete per i vostri figli” perché ne faranno tante contro di loro.

Lorena Bianchetti: E in questo periodo, Santità, penso alla fuga: ci sono  queste immagini che raccontano della fuga degli ucraini che sono costretti a lasciare le loro terre, le loro case, i loro affetti. È uno degli ultimi esodi ai quali ci stiamo probabilmente, ahimè, abituando. Però, in questo caso, c’è stata una risposta concreta, vera. Una risposta che, glielo chiedo: secondo lei ha scalfito quei muri dell’indifferenza, del pregiudizio nei confronti di coloro che scappano da altre parti del mondo perché feriti dalla guerra o si continua a suddividere i rifugiati in fastidiose categorie?

Santo Padre: È vero. Si suddividono i rifugiati. Di prima classe, seconda classe, colore della pelle, [se] viene da un paese sviluppato [o da] uno che non è sviluppato. Noi siamo razzisti, siamo dei razzisti. E questo è brutto. Il problema dei rifugiati è un problema che anche Gesù l’ha sofferto, perché lui è stato migrante e rifugiato in Egitto quando era bambino, per sfuggire alla morte. Quanti di questi soffrono per fuggire dalla morte! C’è un’immagine della fuga in Egitto che ha fatto un pittore piemontese. Mi ha inviato e io ho fatto delle immaginette su questo: c’è Giuseppe con il bambino che fuggono. Ma non è San Giuseppe con la barba, no. È un siriano, di oggi, col bambino, che fugge dalla guerra di oggi. La faccia di angoscia che ha questa gente, come Gesù costretti a fuggire. E Gesù ha passato tutte queste cose, ma è lì. Sulla croce c’è la gente dei paesi dell’Africa in guerra, del Medioriente in guerra, dell’America latina in guerra, dell’Asia in guerra. Alcuni anni fa ho detto che stavamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. Ma noi non abbiamo imparato. Io – sono un ministro del Signore e un peccatore, scelto dal Signore – ma, peccatore così, quando sono andato a Redipuglia nel 2014, per la commemorazione del centenario, ho visto e ho pianto. Mi è venuto solo il pianto. Tutti i giovani, tutti ragazzi. Poi un giorno sono andato al cimitero di Anzio e ho visto questi giovani che sono sbarcati ad Anzio. Tutti giovani! E ho pianto lì, un’altra volta. Mi viene il pianto davanti a questo. Due anni fa, credo, quando c’è stata la commemorazione dello sbarco in Normandia, ho visto i capi di governo, c’è stato una riunione… commemoravano questo. Ma perché non commemoriamo tutti noi i 30.000 soldati che sono caduti sulla spiaggia di Normandia? La guerra cresce con la vita dei nostri figli, dei nostri giovani. Per questo dico che la guerra è una mostruosità! Andiamo in questi cimiteri che sono proprio la vita di questa memoria. Pensiamo a quella scena che è scritta: barche che arrivavano in Normandia, aprivano, saltavano giù con i fucili i ragazzini e i tedeschi… (ndr il Santo Padre mima il gesto di sparare). 30.000, sulla spiaggia.

Lorena Bianchetti: E allora arrivo proprio alla corsa agli armamenti, a questo tema. Un tema che lei ha affrontato tante volte e al quale, forse, non sempre si è dato il gusto risalto. Perché lei ha detto che, negli ultimi tempi, si è investito più nelle armi piuttosto che nell’istruzione o nella formazione. Perché gli esseri umani non hanno appreso dal passato e continuano ad usare le armi per risolvere i loro problemi?

Santo Padre: Io capisco i governanti che comprano le armi, io li capisco. Non li giustifico, ma li capisco. Perché dobbiamo difenderci, perché [è] lo schema cainista di guerra. Se fosse uno schema di pace, questo non sarebbe necessario. Ma noi viviamo con questo schema demoniaco, [che dice] di uccidersi l’un l’altro per voglia di potere, per voglia di sicurezza, per voglia di tante cose. Ma io penso alle guerre nascoste, che nessuno vede, che sono lontane da noi. Tante. Pechè? Per sfruttare? Noi abbiamo dimenticato il linguaggio della pace: l’abbiamo dimenticato. Si parla di pace. Le Nazioni Unite hanno fatto di tutto, ma non hanno avuto successo. Ritorno al Calvario. Lì Gesù ha fatto di tutto. Ha cercato con pietà, con benevolenza, di convincere i dirigenti e [invece] no: guerra, guerra, guerra a lui! Alla mitezza oppongono la guerra per la sicurezza. “È meglio che un uomo muoia per il popolo”, dice il sommo sacerdote, perché al contrario i romani verrano. E la guerra.

Lorena Bianchetti: Allora mi lego a quanto stava dicendo. Prima abbiamo parlato delle donne sotto la croce. Ma a proposito degli uomini che hanno potere. All’epoca c’era Pilato, Erode, Caifa. Tutte persone, queste, che avrebbero potuto salvare un innocente, ma non l’hanno fatto: hanno preferito non affrontare il rischio della verità. Quelli lì sono morti, ma il loro modo di fare continua ad essere attuale. Perché non si ha il coraggio di sceglierlo questo bene e di difendere anche l’Uomo che aveva semplicemente chiesto di amarsi gli uni con gli altri?

Santo Padre: C’è una donna nel Vangelo della quale non si parla tanto – un po’ en passant, si dice – è la moglie di Pilato. Lei ha capito qualcosa. Dice al marito: “Non immischiarti con questo giusto”. Ma Pilato non l’ascolta, “cose di donne”. Ma questa donna, che passa inaspettata, senza forza nel Vangelo, ha capito da lontano il dramma lì. Perché? Forse era mamma, aveva quell’intuizione delle donne. “Stai attento che non ti ingannino”. Chi? Il potere. Il potere che è capace di cambiare il parere della gente dalla domenica al venerdì. L’Osanna della domenica diviene il Crocifiggilo! del venerdì. E questo è il pane nostro di ogni giorno. Ci vogliono le donne che diano l’allarme.

Lorena Bianchetti: E allora, Santità, Gesù in croce, dopo quella frase, “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Parlavamo della disperazione, dello sconforto e anche della solitudine: il Venerdì Santo è un po’ il giorno della solitudine. E la solitudine mi fa inevitabilmente pensare a quello che ognuno di noi ha provato nel periodo più acuto della pandemia. Penso agli anziani, penso ai giovani, penso alle persone che vivono la prova della malattia, a quelli che avevano il casco perché non riuscivano a respirare. E penso anche a lei, Santità, a quel 27 marzo del 2020. Quali erano i suoi pensieri in quel momento, quando attraversava Piazza San Pietro completamente vuota, bagnata dalla pioggia, mentre raggiungeva il sagrato?

 

Santo Padre: Non so se ho pensato. Sentivo, sì. Cercavo, sentivo il dramma di quel momento, di tanta gente. Ma lei ha sottolineato la solitudine, la sofferenza di quel tempo, degli anziani. È curioso: sono loro sempre a pagare il conto. E anche i giovani, perché noi tagliamo la speranza ai giovani. Noi facciamo che loro prendano la strada della Turandot: “la speranza che sempre delude”. No, la speranza non delude! Ma sono i giovani e gli anziani che hanno nelle mani e nel cuore la possibilità di reagire: per questo insisto tanto nei giovani e negli anziani che dialoghino. La saggezza dei vecchi, ma con la solitudine che hanno subìto. La saggezza dei vecchi tante volte trascurata e lasciata da parte, in una casa di riposo. A me piaceva andare nelle case di riposo a Buenos Aires, ce ne erano tante in una città grande. Domandai ad una donna: “Come va? Quanti figli? Ah, quattro? E vengono?”. “Sì, non mi lasciano da sola”. L’infermiera ascoltava e all’uscita: “Padre, da sei mesi non viene nessuno”. L’abbandono degli anziani e l’abbandono della saggezza, perché noi siamo delle volte superuomini, le sappiamo tutte. Non sappiamo niente! La solitudine degli anziani e l’uso dei giovani, perché i giovani senza la saggezza che viene da un popolo andranno male. Tutto questo aveva Gesù nel cuore in quel momento: eravamo tutti noi lì. Lei ricordava quella Statio Orbis di marzo di due anni fa e lei sentiva tutto questo. Ma io non sapevo che la piazza sarebbe stata vuota, non lo sapevo. Sono arrivato lì e [non c’era] nessuno. Sì, io sapevo che con la pioggia ci sarebbe stata poca gente, ma nessuno. È stato un messaggio del Signore per capire bene la solitudine. La solitudine degli anziani, la solitudine dei giovani che lasciamo soli. “Lascia che siano liberi”. No! Saranno schiavi da soli. Accompagnali! Per questo è importante che prendano l’eredità degli anziani, la bandiera debitoria da loro. La solitudine dei giovani, degli anziani. La solitudine della gente che sta male di testa nelle case di salute. La solitudine delle persone che stanno attraversando una tragedia personale, familiare. La solitudine di una donna picchiata dal marito, ma [che] per salvare la famiglia sta zitta. Ci sono tante solitudini nostre. Anche lei ha la sua. Io ho le mie: lei avrà le sue, sicuramente. Piccoli solitudini, ma è lì, in quelle piccole solitudini, che possiamo capire la solitudine di Gesù, la solitudine della croce.

 

Lorena Bianchetti: Lei si è mai sentito solo a portare avanti il suo ministero?

Santo Padre: No, Dio è stato buono con me. Non so. Sempre, se c’è una cosa brutta, mette qualcuno che mi aiuti! Si fa presente. È stato molto generoso. Forse perché Lui sa che io da solo non ce la faccio! (ndr ride)

 

Lorena Bianchetti: Sa che però, quel 27 marzo – penso di parlare veramente a nome di tutti – lei ci ha preso proprio in braccio, ci ha dato tanta forza quel giorno. Da lì ognuno di noi ha preso consapevolezza e in qualche modo credo che siamo ripartiti. Un’altra domanda perché, l’abbiamo detto, Gesù è stato flagellato, umiliato, incoronato con le spine, crocifisso. E tutto questo in qualche modo gli è arrivato un po’ dalla sua famiglia, perché è stato tradito da Giuda, è stato rinnegato da Pietro. Insomma: i colpi mortali gli sono arrivati proprio dai suoi vicini. Allora quali sono le ferite che la Chiesa continua ad infliggere sul Crocifisso, oggi?

 

Santo Padre: Io parlo chiaro in questo, perché ne sono convinto. La croce più dura che la Chiesa fa sul Signore oggi è la mondanità, lo spirito di mondanità. Lo spirito di mondanità che è un po’ lo spirito del potere, ma non solo del potere, è vivere allo stile mondano che – è curioso – si alimenta e cresce con i soldi. C’è una cosa interessante. Nelle tre tentazioni del diavolo a Gesù, il diavolo fa delle proposte mondane. La prima, la fame, si capisce: è umana –  ma poi? Il potere, la vanità: le cose mondane. Perché la modalità è attraente e la Chiesa, quando cade nella mondanità, nello spirito mondano, la Chiesa è sconfitta. Lo spirito di mondanità è quello che fa più male oggi, ma è sempre stato fatto così. Quando Gesù ci dice: “per favore fate un’opzione chiara, voi non potete servire due signori. O servite Dio – e io aspettavo dicesse “o servite il diavolo” -, ma non dice questo. “O servite Dio o servite i soldi”. Usare i soldi per fare del bene, per portare avanti la famiglia col lavoro va bene. Ma servire! E la mondanità si ferma tanto su questo.

 

Lorena Bianchetti: Leone XIII, ho letto, che alla fine della messa aveva fatto introdurre una preghiera contro il demonio perché, diceva, che c’era il rischio che il demonio si potesse infilare nella Chiesa anche attraverso le fessure delle porte. Secondo lei, allora, è questa la fessura dalla quale il demonio è riuscito ad entrare, oggi, nella Chiesa?

 

Santo Padre: La mondanità, ma questo è da sempre. [In] ogni epoca la mondanità cambia nome, ma è [sempre] la mondanità. Quella preghiera, a san Michele Arcangelo, io la prego tutti i giorni, al mattino. Tutti i giorni! Perchè mi aiuti a vincere il diavolo. Qualcuno che mi sente può dire: “Ma santità, lei hai studiato,lei è papa e ancora crede nel diavolo?”. Sì, ci credo, caro, ci credo. Io ho paura di lui, per questo devo difendermi tanto. Il diavolo che aveva fatto tutta la manovra perché Gesù finisse, come è finito, sulla croce. Potere delle tenebre su Gesù: “Questa è la vostra ora”, il potere delle tenebre.

 

Lorena Bianchetti: E allora, Santità, torno alla guerra in Ucraina. Perché Kiev, – lo stiamo vedendo, le immagini arrivano – è completamente distrutta. Cenere. Forse proprio quel paesaggio che piace tanto al demonio. Allora le chiedo: Kiev non è più un semplice luogo geografico, ma agli occhi del mondo rappresenta molto di più. Nel suo cuore, che cos’è?

Santo Padre: Un dolore. Il dolore è una certezza, è un sentimento che ti prende tutto. Quando uno, dopo l’intervento, sente dolore fisico, la ferita che ti hanno fatto, tu chiedi un’anestesia, qualcosa che ti aiuti a tollerarlo. Ma [per] il dolore umano, il dolore morale, non ci sono delle anestesie. Soltanto la preghiera e il pianto. Io sono convinto che oggi noi non piangiamo bene. Abbiamo dimenticato [di] piangere. Se io posso dare un consiglio, a me e alla gente, è di chiedere il dono delle lacrime. E piangere, come Pietro ha pianto, dopo aver tradito Gesù. Ha pianto, quando è scappato, quando ha rinnegato lui. Ha pianto. Un pianto che non è uno sfogo, no. È la vergogna fatta fisicamente e credo che a noi manca la vergogna. Siamo tante volte senza vergogna – che è un insulto che si usa nella mia patria “[quello è] un senza vergogna” –  ma la grazia di piangere. C’è una bella preghiera, c’è una messa per chiedere il dono delle lacrime. Una bella preghiera, in quella messa, dice così: “Signore, tu che dalla roccia hai fatto uscire acqua, fa uscire lacrime dalla roccia del mio cuore”. Il cuore duro, il cuore che non si commuove, non sa piangere. Io mi domando: quanta gente, davanti alle immagini delle guerre, qualsiasi guerra, è riuscita a piangere? Alcuni sì, sono sicuro, ma tanti non sono riusciti. Iniziano a giustificare o attaccare. No, questo (ndr il Santo Padre indica il cuore): tu devi curare questo. E Gesù tocca qui. Oggi, Venerdì Santo, davanti a Gesù Crocifisso, làsciati toccare il cuore, lascia che Lui ti parli con il suo silenzio e col suo dolore. Ti parli con quella gente che sta soffrendo nel mondo: soffre la fame, soffre la guerra, soffre tanto sfruttamento e tutte queste cose. Che Gesù ti parli e per favore non parlare tu. Tu silenzio. Lascia che sia Lui e chiedi la grazia del pianto.

 

Lorena Bianchetti: Quanto le religioni possono fare per togliere quella desertificazione ai cuori. Quanto e quali parole anche ai vescovi ortodossi vuole rivolgere?

Santo Padre: Sì, anche loro stanno preparando la Pasqua con noi con una settimana di differenza, perché loro seguono – anche i cattolici orientali-, seguono il calendario giuliano, non gregoriano. Approfitto per inviare un messaggio di fratellanza a tutti i miei fratelli vescovi ortodossi, che stanno vivendo questa Pasqua con lo stesso dolore con cui la stiamo vivendo noi, io e tanti cattolici. Non è facile essere vescovo… e grazie a Dio che non sia facile! Per questo io non capisco coloro che vogliono diventare vescovi! Non sanno cosa ti aspetta! Ma ne approfitto per salutare tutti i vescovi ortodossi, come fratelli nella fede.

 

Lorena Bianchetti: C’è un’altra frase che Gesù pronuncia sulla croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il perdono. Lei ha detto che  porgere l’altra guancia non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. Anche Gesù, ci ha ricordato, denuncia l’ingiustizia, e ha specificato che lo fa senza ira, né violenza: anzi con tenerezza. Santità, come si fa a essere gentili o a  perdonare tutte quelle persone che ci fanno del male, quelle persone che uccidono innocenti, quelle persone che fanno del male non solo fisicamente, ma anche psicologicamente?

 

Santo Padre: Io le do la ricetta mia. Se io non ho fatto quel male, è perché Lui mi ha fermato con la Sua mano, con la Sua misericordia. Sono sicuro perché dal contrario io avrei fatto tante [cose ] come quelli, tanto male. In questo io posso dire che sono un testimone della misericordia di Dio. Per questo io non posso condannare uno che viene a chiedere perdono. Sempre devo perdonare. Ognuno di noi può dirlo di se stesso nel suo schema personale (ndr esame di coscienza). È vero che forse non mi riuscirà affettivamente: “Vieni caro a darmi un bacio”. No, forse sarò arrabbiato! Ma dico: “Signore, toglimi la rabbia, io perdono, ma non sento il sentimento del perdono. Io perdono. Tu arrangiati per portare questo perdono…”.

 

Lorena Bianchetti: Il perdono ha una radice soltanto divina.

 

Santo Padre: Sì, il perdono alla fine è una cosa così.

 

Lorena Bianchetti: Penso anche alla solitudine, per tornare a Gesù sulla croce, penso a tutte quelle persone che, anche in seguito al Covid, hanno perso il lavoro. Sono tante, Santità, le persone che vivono in questo tipo di difficoltà. Quali parole di speranza vuole dare loro?

 

Santo Padre: La parola chiave che lei ha detto adesso è speranza. Speranza non è fare carezze e dire: “Ah, tutto passerà, stai tranquillo”. Speranza è una tensione verso il futuro, verso il Cielo pure. Per questo la figura della speranza è l’àncora: l’àncora buttata lì e io alla corda lì, per arrivare lì, a risolvere le situazioni, ma sempre con quella corda. La speranza non delude mai, ma ti fa aspettare.  La speranza è la domestica della vita cattolica, della vita cristiana. È  proprio la più umile delle virtù. È nascosta, ma se tu non l’hai a [portata di] mano, non troverai la strada giusta. È la speranza quella che ti fa trovare la strada giusta. Avere speranza non è avere l’illusione: “Vado… [da] uno che mi legga le mani… questo ti andrà bene”. No, questa non è speranza. Speranza è la certezza che io ho in mano la corda di quell’àncora buttata lì. A noi piace parlare della fede, tanto, della carità: guardala! La speranza è un po’ la virtù nascosta, la piccolina, la piccolina della casa. Ma è la più forte per noi.

 

Lorena Bianchetti: Quindi questo è anche il messaggio per i giovani, perché penso a loro che si vedono un po’ strappare il futuro dalle mani: lei prima lo diceva molto chiaramente. È questo il motivo per il quale anche progettano poco, non sempre credono nelle relazioni durature, non costruiscono famiglie. Insomma diciamo che anche a livello istituzionale e culturale non sono così tanto aiutati. Allora quali parole vuole dire loro?

 

Santo Padre: Che non confondano [la] speranza con l’ottimismo. L’ottimismo  possiamo comprarlo nel chiosco. Sa, si vende l’ottimismo! Ma altra cosa è la speranza. La speranza è essere sicuro che noi andiamo verso la vita. C’è un poeta argentino che – bravo, un grande poeta –  [c’è] una frase, una poesia, che mi ha colpito sempre, una definizione della vita: “La vita è una morte che arriva”. No, la vita non è una morte che arriva: la vita è, forse, dalla morte arrivare alla vita! La speranza in questo è forte: è quella corda dell’àncora. Non delude mai! Ma è umile, è la domestica davvero della vita cristiana. Ma tante volte sono le domestiche a portare avanti la vita di una famiglia.

 

Lorena Bianchetti: Sono in chiusura, Santità. Oggi è Venerdì Santo, ma la storia della salvezza non finisce qua. Per fortuna il Vangelo ha l’happy end perché c’è la resurrezione di Gesù: è quello il centro della storia della salvezza. Allora qual è il suo augurio per questa Pasqua?

 

Santo Padre: Una gioia interna. C’è un salmo che dice: “Quando il Signore ci ha liberato da Babilonia, ci sembrava [di] sognare”. Il pianto di gioia. È la gioia. Il mio augurio è di non perdere la speranza, ma la vera speranza – che non delude – è chiedere la grazia del pianto, ma del pianto di gioia, del pianto di consolazione, il pianto di speranza. Sono sicuro, questo lo ripeto, dobbiamo piangere di più. Abbiamo dimenticato il pianto. Chiediamo a Pietro che ci insegni a piangere come lui l’ha fatto. E poi il silenzio del Venerdì Santo.

 

Lorena Bianchetti: Santità, sono quasi le tre. Come dobbiamo vivere questo orario, oggi?

 

Santo Padre: (ndr non risponde, resta in silenzio).

 

Lorena Bianchetti: La posso abbracciare a nome di tutti? Grazie, Santità! Grazie.

 

Santo Padre: Grazie a lei. Il Signore la benedica!

La Speranza sotto Assedio, Papa Francesco e Lorena Bianchetti

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