La patologia del burnout dell’insegnante, ce la racconta la scrittrice Daniela Stallo nel suo secondo libro “Bruciati vivi”

La scrittrice Daniela Stallo è tornata in libreria con BRUCIATI VIVI (ARKADIA, Collana Eclypse), un noir atipico, dove fatti di sangue e indagini si intrecciano a un racconto di scuola, di donne, di desideri e ricerca della felicità.

Daniela Stallo
“Bruciati vivi”, Daniela Stallo

Daniela, perché scrivere un libro sulla scuola? Volevi denunciarne alcuni aspetti forse noti solo agli addetti ai lavori?

All’inizio pensavo di scrivere dei meccanismi burocratici nella scuola, domande, trasferimenti, assegnazioni, cose da addetti ai lavori da spiegare a chi vive fuori dalla scuola, e cose a cui dare un senso, pure per chi nella scuola ci vive, quel groviglio di norme, leggi, leggine, commi, eccezioni con cui spesso facciamo i conti. Non capisco, ancora oggi, perché avessi questa idea nella mente.

Poi, invece, come spesso so che accade, la storia ha camminato da sola, si è diretta altrove, ed è venuto fuori un racconto sul burnout dell’insegnante, sul loro stress, un diario di pendolarismo, sull’invisibilità della donna lavoratrice, sui luoghi comuni attraverso i quali si ingabbia e si descrive il pubblico impiego. Sull’incomunicabilità, sulle scelte difficili e, ancora, sulla ricerca di un senso, nel lavoro di ognuno, che spesso è di routine, frustrante, senza più spinte. Non è un libro-denuncia, è una cronaca di alcune situazioni, di malesseri, spesso profondi, e anche nascosti, poiché poco conosciuti. La scuola è, a volte in maniera retorica, descritta come una missione, è il lavoro più bello del mondo, si ciba di rapporti emotivi forti con gli alunni, reciprocità di affetti, comunione di intenti con i colleghi. Volevo raccontare che non è proprio così, o almeno, non sempre è così.

Perché, quindi, ricorrere al noir e alla narrazione diaristica per raccontare la storia di Luisa?

Innanzitutto perché amo il genere, sono convinta che il noir consenta di raccontare una storia dietro la storia, dietro il delitto. Del resto è quella la sua natura, la componente principale, il noir è un pretesto per raccontare un ambiente, una città, un fatto della collettività. È stato detto che Bruciati vivi è un noir insolito, atipico, ma credo che il genere chieda proprio che il fatto di sangue resti sullo sfondo, chi indaga anche, e che le indagini poliziesche abbiano meno rilievo dell’indagine sociologica.

E, soprattutto, che il lettore, alla fine, si interroghi.

Inoltre la patologia del burnout si manifesta secondo fasi precise, scientificamente studiate, che si susseguono con rigore. Un racconto con delitto poteva aiutare a sviluppare la trama e condurre all’epilogo.

Se dovessimo descrivere Luisa con solo tre aggettivi, quali useresti?

Invisibile, sarcastica, in fondo libera.

Daniela Stallo
Daniela Stallo

Troviamo dei tratti autobiografici in lei essendo anche tu un’insegnante?

È inevitabile che il libro faccia riferimento a situazioni conosciute e a persone che ho incontrato in anni di lavoro nella scuola. Anche se le situazioni non sono rispondenti al vero, ma solo spunti di partenza per la narrazione e le persone, ormai diventati personaggi, siano un mosaico di volti e vite.

Il pendolarismo è raccontato perché vissuto, o i meccanismi scolastici sono una cronaca conosciuta, ma soltanto in questo senso il libro è autobiografico: spesso i lettori me lo chiedono, hanno desiderio di scoprire il vero dietro la finzione, necessaria, eppure devo dire che la storia è di fantasia, la famiglia della protagonista è costruita, i luoghi sono non luoghi, esistono solo come impressioni e suggestioni di posti vissuti.

Infine, una provocazione: spesso il docente sembra aver perso autorità e autorevolezza agli occhi di allievi e famiglie tanto che il concetto di “salire in cattedra” risulta ribaltato, inoltre nell’immaginario di molti l’insegnante è colui che trascorre tutta l’estate a casa e lavora per un monte ore settimanale inferiore ad altre professioni. Scrivere un libro del genere può essere utile per far immergere il lettore nella cronaca di una vita lavorativa segnata dai sintomi e dalle manifestazioni tipici del burnout e, magari, fargli cambiare idea?

Nella narrazione viene fuori anche questo aspetto, la cattiva percezione del lavoro che ha del docente l’opinione pubblica. Il lavoro dell’insegnante viene descritto con le gratificazioni, gli inevitabili momenti di sconforto, la stanchezza, o cui pochi credono, le motivazioni che a un tratto mancano. Certo che si fa riferimento ai famosi tre mesi di vacanza, reali solo nell’immaginario collettivo, e al lavoro che si dice circoscritto, certo che si vuole far emergere il lavoro sommerso, quello che non si vede, ma si onora con orgoglio e puntualità. Nulla però è una giustificazione, nulla è detto con livore, come scrivo nella nota: questo libro e la sua storia sono atti d’amore, per gli alunni, per il servizio nei confronti dello Stato, e per il lavoro stesso. Che poi, come diceva mio nonno, sono la stessa cosa: il lavoro è servizio all’altro.

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