“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini“.
Si esprimeva così Giovanni Falcone, una delle figure più rappresentative della lotta alla mafia, il magistrato che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia.

Oggi 18 maggio, avrebbe compiuto 82 anni, ma nonostante l’efferata morte definita come la “Strage di Capaci” nella quale morì insieme alla moglie Francesca Morvillo ed agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, le bombe non hanno distrutto il suo ricordo indelebile, la sua immensa ricchezza morale, eredità preziosa per tutti noi.

Giovanni Falcone, con i suoi metodi di lavoro, ha dato una svolta innovativa all’attività investigativa. È stato uno tra i primi a definire “Cosa nostra” come “un’organizzazione parallela allo Stato”.
Nato a Palermo, conseguita la laurea in Giurisprudenza con lode all’Università di Palermo, nel 1964 vince il concorso in magistratura, per poi ricoprire, per circa dodici anni, il ruolo di sostituto procuratore, presso il Tribunale di Trapani.
Successivamente viene chiamato dal giudice Rocco Chinnici (vittima di un attentato insieme alla scorta) ad investigare sulla criminalità siciliana e sui contatti con quella americana. Entra poi nel pool antimafia ideato dallo stesso Chinnici e diretto da Antonino Caponnetto.
Insieme con altri colleghi, tra i quali l’amico Paolo Borsellino, dà il via ad un nuovo approccio nelle indagini, attraverso la gestione dei pentiti, che si rivela veramente efficace.
Basti pensare a Tommaso Buscetta, che lo porta a conoscenza, con le sue rivelazioni, di quella struttura tentacolare della cupola siciliana, dando un contributo decisivo all’organizzazione del primo, storico, maxiprocesso alla mafia.
Un risultato eccellente, che ha portato alla sbarra oltre 400 imputati, tra cui boss latitanti come Riina e Bernardo Provenzano.
Non è stato certo tutto “rise e fiori”, ci sono stati anni difficili, con grandi delusioni, come la mancata nomina a successore di Caponnetto, lo scioglimento del pool antimafia, ma anche di veleni, legati alle lettere anonime del famigerato “Corvo” e alle invidie dei colleghi (da cui l’espressione “palazzo dei veleni” per indicare la Procura di Palermo).
Nel 1989 riesce a scampare ad un primo attentato, nella sua villa all’Addaura, viene nominato Procuratore aggiunto di Palermo dal CSM, ed in seguito, è chiamato a dirigere la sezione Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia, presieduto da Claudio Martelli.
Il 22 maggio 1992 arriva l’incarico di “superprocuratore. Il giorno successivo perde tragicamente la vita, con la moglie e tre agenti della scorta. Una strage che vede come mandanti, Riina e Provenzano.
“Medaglia d’oro al valor civile”, nel 2006 viene inserito dal settimanale Time tra gli eroi degli ultimi 60 anni.
Giovanni Falcone, una luce nelle tenebre del male.
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