Francesca Biasone presenta il suo esordio letterario “L’elogio del caos”: non può esistere un futuro pieno senza una piena consapevolezza del passato

La scrittrice Francesca Biasone, classe 1980 e con una formazione variegata – è laureata in Lettere classiche e in Farmacia – ha debuttato nel panorama editoriale con il romanzo L’elogio del caos (bookabook).

Francesca Biasone
Francesca Biasone

Francesca, attualmente vivi in Molise, a Termoli, ma Roma resta nel tuo cuore. Che ruolo le dai nel libro?

Roma è la protagonista silenziosa di questo romanzo; avvolge gli eventi e in qualche modo li catalizza. Esistono luoghi che racchiudono dei significati e una potenza fortissima. I luoghi possono ispirare suggestioni e opportunità che si rivelano in grado di incidere sulla realtà. Se questa storia fosse stata ambientata in una città diversa probabilmente non sarebbe stata la stessa; in un certo senso alcuni aspetti della città di Roma si riflettono nei personaggi del romanzo. La magnificenza della capitale si svela nella bellezza della gioventù e in quella sensazione di onnipotenza che appartiene ai vent’anni. D’altro canto, esiste un aspetto caotico e decadente di Roma che aderisce allo spirito della protagonista e del suo gruppo di amici. Roma è la città eterna che si erge su stratificazioni di civiltà passate, è la città che nella sua eternità ha piena consapevolezza della precarietà del tempo e delle umane sorti.

L'elogio del caos, Francesca Biasone

Veniamo al titolo: di solito il caos viene immaginato come un qualcosa di confusionario, quanto meno propende l’accezione negativa del termine quando lo pensiamo o nominiamo. Allora perché unirci il concetto positivo di elogio? Non suona come un ossimoro?

È così, il caos nella percezione comune ha ben poco da essere elogiato. Il titolo vuole essere provocatorio.

Il caos attraversa interamente questa storia, attraversa le giovani vite dei personaggi. Il caos è inteso come quella dimensione di smarrimento, tormento e confusione che impedisce di vedere sé stessi, di mettere a fuoco la propria vita e di comprendere quello che sta capitando. E allora il caos diventa la dimensione che anticipa e prepara il dolore e che in realtà è peggiore del dolore stesso perché il dolore, se riconosciuto, può essere attraversato, affrontato e anche superato. Il caos questa possibilità non la concede, proprio perché impedisce una visione nitida degli eventi. E allora, ad un certo punto della storia il caos raggiunge un livello così alto, raggiunge una sorta di acme perfetto, e in quanto perfetto può essere elogiato.

Ci racconti chi è Flavia?

Flavia è una ragazza di ventuno anni, si è trasferita a Roma per studiare Lettere. Ad un certo punto, in modo improvviso e del tutto inatteso, la vita presenta a Flavia il grande amore. Un amore che lei non sarà in grado di accettare e di accogliere, così come si dovrebbe fare con un dono magnifico. Lei no, lei non sa né accogliere né accettare, perché non sa gestire la felicità, probabilmente perché non si vuole abbastanza bene. La gioia è un abito scintillante che Flavia non sa indossare, nel quale non si sente a proprio agio, purtroppo. Lei si sente sicura indossando abiti anonimi, ordinari, dentro i quali può nascondersi e non esporsi, così da non mostrare al mondo chi è e cosa desidera. Quando capirà ciò che ha perso, non le sarà più possibile recuperare, pur provandoci. E allora rimarrà il rimpianto, il rimpianto che nel tempo diventerà logorante e che si aggiungerà alla perdita, al vuoto terribile causato dall’assenza di questo amore. Il rimpianto ad un certo punto diventerà colpa e la colpa, purtroppo, amplificherà il dolore. La colpa sarà amplificazione della sofferenza che impedirà a Flavia di andare avanti, lasciandola sospesa per molto tempo, per anni… fino al momento in cui la ritroveremo adulta, all’inizio di questo romanzo, nel momento in cui, in seguito a un incontro fortuito, inizierà a ricordare e a raccontare la sua storia.

Quanto c’è di te in lei?

Pur non trattandosi di un romanzo autobiografico, le corrispondenze tra e me e Flavia esistono. In lei ci sono i miei studi, l’amore per la letteratura, c’è il valore dell’amicizia, importante in questo romanzo così come nella mia vita. Ci sono i sentimenti e poi c’è quella vena malinconica e introspettiva che mi appartiene e che ho trasposto in Flavia.

Il momento della rottura è la presa di coscienza di qualcosa che è irrimediabilmente finito o l’occasione di un nuovo inizio?

In questo romanzo è di certo la presa di coscienza di qualcosa che è irrimediabilmente finito, è la necessità di elaborarne i motivi, è l’occasione di espiare una colpa, facendo pace con sé stessi. Tutto il resto verrà forse da sé. Il nuovo inizio, poi, è una possibilità, una speranza, ma è secondario, è assolutamente subordinato alla presa di coscienza di una certa fine. Non può esistere un futuro pieno senza una piena consapevolezza del passato.

Infine, nella narrazione ti affidi alla memoria. L’uso sapiente del flashback per portare la mente all’autunno del 2001 e, con essa, il lettore indietro nel tempo ti è risultato sempre fluido o è stato motivo di difficoltà nella stesura?

La memoria è quella che ci restituisce la nostra storia, pubblica e privata e la narrazione della storia è essenziale per la sua comprensione. In questo libro Flavia, rimasta sospesa nel momento in cui ha perduto un pezzo di sé stessa, volge la mente a quel momento, nel tempo in cui tutto accadde, intraprendendo un racconto che diventa una sorta di confessione. Volgersi indietro, allora, diventa sostanziale per portare alla luce il suo dramma, per riconoscere la sua colpa, per rivivere e comprendere un amore immenso. La protagonista sviscera e indaga il passato nella speranza di riuscire a dominarlo, cessando di farsi possedere da esso. La struttura narrativa utilizzata è stata necessaria e naturale per me, non sarei riuscita a raccontare ciò che mi premeva se non mettendo in scena i ricordi e l’atto del ricordare.

Non copiare!!!