Quaresima 2021: le predicazioni del Cardinale Raniero Cantalamessa

Anche quest’anno per la Quaresima, il predicatore della Casa Pontificia, Cardinale Raniero Cantalamessa, ha tenuto nell’  Aula Paolo VI, il ciclo di predicazioni, per la Curia Romana.

InfiniteRealtà.it offre ai suoi lettori la possibilità di riflettere, proponendo le quattro meditazioni del Cardinale Raniero Cantalamessa, tratte dal web.

Cardinale Raniero Cantalamessa
Cardinale Raniero Cantalamessa

26 febbraio 2021, Prima predicazione

Convertitevi e credete al Vangelo 

Come al solito, dedichiamo questa prima meditazione a una introduzione generale al tempo quaresimale, prima di entrare nel tema specifico in programma, una volta terminati gli esercizi spirituali della Curia. Nel Vangelo della Prima Domenica di Quaresima dell’Anno B abbiamo ascoltato l’annuncio programmatico con cui Gesù inizia il suo ministero pubblico: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Vogliamo meditare su questo appello sempre attuale di Cristo.
Di conversione si parla in tre momenti o contesti diversi del Nuovo Testamento. Ogni volta viene messa in luce una sua componente nuova. Insieme, i tre passaggi ci danno un’idea completa su che cosa è la metanoia evangelica. Non è detto che dobbiamo sperimentarle tutte e tre insieme, con la stessa intensità. C’è una conversione per ogni stagione della vita. L’importante è che ognuno di noi scopra quella che fa per lui in questo momento.

Convertitevi, cioè credete!

La prima conversione è quella che risuona all’inizio della predicazione di Gesú e che è riassunta nelle parole: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Cerchiamo di capire cosa significa qui la parola conversione. Prima di Gesù, convertirsi significava sempre un “tornare indietro” (il termine ebraico, shub, significa invertire rotta, tornare sui propri passi). Indicava l’atto di chi, a un certo punto della vita, si accorge di essere “fuori strada”. Allora si ferma, ha un ripensamento; decide di tornare all’osservanza della legge e di rientrare nell’alleanza con Dio. La conversione, in questo caso, ha un significato fondamentalmente morale e suggerisce l’idea di qualcosa di penoso da compiere: cambiare i costumi, smettere di fare questo e quest’altro….
Sulle labbra di Gesù questo significato cambia. Non perché egli si diverta a cambiare i significati delle parole, ma perché, con la sua venuta, sono cambiate le cose. “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è venuto!”. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa piuttosto fare un balzo in avanti ed entrare nel Regno, afferrare la salvezza che è venuta agli uomini gratuitamente, per libera e sovrana iniziativa di Dio.
“Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: convertitevi, cioè credete! “Prima conversio fit per fidem”, ha scritto san Tommaso d‘Aquino: la prima conversione consiste nel credere .Tutto questo richiede una vera “conversione”, un cambiamento profondo nel modo di concepire i nostri rapporti con Dio. Esige di passare dall’idea di un Dio che chiede, che ordina, che minaccia, alla idea di un Dio che viene a mani piene per darci lui tutto. È la conversione dalla “legge” alla “grazia” che stava tanto a cuore a S. Paolo.

“Se non vi convertirete e non diventerete come bambini…”

Ascoltiamo ora il secondo passaggio in cui, nel Vangelo, si torna a parlare di conversione:
“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,1-3).
Questa volta, sì, che convertirsi significa tornare indietro, addirittura a quando si era bambini! Il verbo stesso usato, strefo, indica inversione di marcia. Questa è la conversione di chi è entrato già nel Regno, ha creduto al vangelo, è da tempo al servizio di Cristo. È la nostra conversione!
Cosa suppone la discussione su chi è il più grande? Che la preoccupazione maggiore non è più il regno, ma il proprio posto in esso, il proprio io. Ognuno degli apostoli aveva qualche titolo per aspirare a essere il più grande: Pietro aveva ricevuto la promessa del primato, Giuda la cassa, Matteo poteva dire che lui aveva lasciato più degli altri, Andrea che era stato il primo a seguirlo, Giacomo e Giovanni che erano stati con lui sul Tabor…I frutti di questa situazione sono evidenti: rivalità, sospetti, confronti, frustrazione.
Gesù di colpo toglie il velo. Altro che primi, in questo modo nel regno non ci si entra affatto! Il rimedio? Convertirsi, cambiare completamente prospettiva e direzione. Quella che Gesù propone è una vera rivoluzione copernicana. Bisogna “decentrarsi da se stessi e ricentrarsi su Cristo”.
Gesù parla più semplicemente di un diventare bambini. Tornare bambini, per gli apostoli, significava tornare a come erano al momento della chiamata sulle rive del lago o al telonio: senza pretese, senza titoli, senza confronti tra di loro, senza invidie, senza rivalità. Ricchi solo di una promessa (“Vi farò pescatori di uomini”) e di una presenza, quella di Gesù. A quando erano ancora compagni di avventura, non concorrenti per il primo posto. Anche per noi tornare bambini significa tornare al momento in cui scoprimmo di essere chiamati, al momento dell’ordinazione sacerdotale, della professione religiosa, o del primo vero incontro personale con Gesú. Quando dicevamo: “Dio solo basta!” e ci credevamo.

“Tu non sei né freddo né caldo”

Il terzo contesto in cui ricorre, martellante, l’invito alla conversione è dato dalle sette lettere alle Chiese dell’Apocalisse. Le sette lettere sono rivolte a persone e comunità che, come noi, vivono da tempo la vita cristiana e, anzi, esercitano in esse un ruolo-guida. Sono indirizzate all’angelo delle diverse Chiese: “All’angelo della chiesa che è in Efeso scrivi”. Non si spiega questo titolo se non in riferimento, diretto o indiretto, al pastore della comunità. Non si può pensare che lo Spirito Santo attribuisca a degli angeli la responsabilità delle colpe e delle deviazioni che sono denunciate nelle diverse chiese, tanto meno che l’invito alla conversione sia rivolto a degli angeli anziché a degli uomini.
Delle sette lettere dell’Apocalisse, quella che deve farci riflettere più di tutte è la lettera alla Chiesa di Laodicea. Ne conosciamo il tono severo:
“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo…Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca…Sii zelante e convertiti” (Ap 3, 15 s).
Qui si tratta della conversione dalla mediocrità e dalla tiepidezza al fervore dello spirito. Nella storia della santità cristiana l’esempio più famoso della prima conversione, quella dal peccato alla grazia, è sant’Agostino; l’esempio più istruttivo della seconda conversione, quella dalla tiepidezza al fervore, è santa Teresa d’Avila. Quello che ella dice di sé nella Vita è certamente esagerato e dettato dalla delicatezza della sua coscienza, ma, in ogni caso, può servire a tutti noi per un utile esame di coscienza.
“Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a mettere di nuovo in pericolo la mia anima […]. Le cose di Dio mi davano piacere e non sapevo svincolarmi da quelle del mondo. Volevo conciliare questi due nemici tra loro tanto contrari: la vita dello spirito con i gusti e i passatempi dei sensi”.
Il risultato di questo stato era una profonda infelicità:
“Cadevo e mi rialzavo, e mi rialzavo così male che ritornavo a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali, e non temevo i mortali come avrei dovuto, perché non ne fuggivo i pericoli. Posso dire che la mia vita era delle più penose che si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né mi sentivo contenta del mondo. Quando ero nei passatempi mondani, il pensiero di quello che dovevo a Dio me li faceva trascorrere con pena; e quando ero con Dio, mi venivano a disturbare gli affetti del mondo” .
Molti di noi potrebbero scoprire in questa analisi il vero motivo della propria insoddisfazione e scontentezza.
Parliamo dunque di conversione dalla tiepidezza. San Paolo esortava i cristiani di Roma con le parole: “Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello Spirito” (Rom 12,11). Verrebbe da obiettare: “Ma, caro Paolo, proprio qui sta il problema! Come passare dalla tiepidezza al fervore, se uno malauguratamente vi è scivolato?” Noi possiamo a poco a poco cadere nella tiepidezza, come si cade nelle sabbie mobili, ma non possiamo tirarci su da soli, quasi tirandoci per capelli.
Questa nostra obiezione nasce dal fatto che si trascura o si interpreta male l’aggiunta “nello Spirito” (en pneumati) che l’Apostolo fa seguire all’esortazione: “Siate ferventi”. In Paolo la parola “Spirito” indica quasi sempre – e sicuramente nel presente testo – un riferimento allo Spirito Santo. Non si tratta mai esclusivamente del nostro spirito o la nostra volontà, eccetto in 1 Tessalonicesi 5, 23, dove indica una componente dell’uomo, accanto al corpo e all’anima.
Noi siamo eredi di una spiritualità che concepiva il cammino di perfezione secondo le tre tappe classiche: via purgativa, via illuminativa e via unitiva. In altre parole, bisogna esercitarsi a lungo nella rinuncia e nella mortificazione, prima di poter sperimentare il fervore. C’è una grande sapienza e una secolare esperienza alla base di tutto ciò e guai a credere che sia ormai superato. No, non è superato, ma non è l’unica via che segue la grazia di Dio. Uno schema così rigido denota un lento e progressivo spostamento dell’accento dalla grazia allo sforzo dell’uomo. Secondo il Nuovo Testamento c’è una circolarità e una simultaneità, per cui, se è vero che la mortificazione è necessaria per giungere al fervore dello Spirito, è anche vero che il fervore dello Spirito è necessario per giungere a praticare la mortificazione. San Paolo lo dice con chiarezza: “Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rom 8,13).
Un’ascesi intrapresa senza una forte spinta iniziale dello Spirito sarebbe morta fatica, e non produrrebbe altro che “vanto della carne”. Lo Spirito ci è dato per essere in grado di mortificarci, più che come premio per esserci mortificati. Questa seconda via che va dal fervore all’ascesi e alla pratica delle virtù fu la via che Gesù fece seguire ai suoi apostoli. Scrive il grande teologo bizantino Cabasilas:
“Gli apostoli e padri della nostra fede ebbero il vantaggio di essere istruiti in ogni dottrina e per di più dal Salvatore in persona. […] Tuttavia, pur avendo conosciuto tutto questo, finché non furono battezzati [a Pentecoste, con lo Spirito], non mostrarono nulla di nuovo, di nobile, di spirituale, di migliore dell’antico. Ma quando venne per essi il battesimo e il Paraclito irruppe nelle loro anime, allora divennero nuovi e abbracciarono una vita nuova, furono guida agli altri e fecero ardere la fiamma dell’amore per Cristo in sé e negli altri. […] Allo stesso modo Dio conduce alla perfezione tutti i santi venuti dopo di loro”
I Padri della Chiesa esprimevano tutto ciò con l’immagine suggestiva della “sobria ebbrezza”. Ciò che spinse molti di loro a riprendere questo tema, già sviluppato da Filone Alessandrino , furono le parole di Paolo agli Efesini:
“Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19).
A partire da Origene, non si contano i testi dei Padri che illustrano questo tema, giocando ora sull’analogia, ora sul contrasto tra ebbrezza materiale ed ebbrezza spirituale. Quelli che, a Pentecoste, scambiarono gli apostoli per ubriachi avevano ragione – scrive san Cirillo di Gerusalemme -; sbagliavano solo nell’attribuire tale ebbrezza al vino ordinario, mentre si trattava del “vino nuovo”, spremuto dalla “vite vera” che è Cristo; gli apostoli erano, sì, ebbri, ma di quella sobria ebbrezza che mette a morte il peccato e dà vita al cuore .
Come fare per riprendere questo ideale della sobria ebbrezza e incarnarlo nella presente situazione storica ed ecclesiale? Dove sta scritto infatti che un modo così “forte” di sperimentare lo Spirito era appannaggio esclusivo dei Padri e dei primi tempi della Chiesa, ma che non lo è più per noi? Il dono di Cristo non è limitato a un’epoca particolare, ma offerto a ogni epoca. È proprio il ruolo dello Spirito quello di rendere universale la redenzione di Cristo, disponibile a ogni persona, in ogni punto del tempo e dello spazio.
Una vita cristiana piena di sforzi ascetici e di mortificazione, ma senza il tocco vivificante dello Spirito, somiglierebbe – diceva un antico Padre – a una Messa nella quale si leggessero tante letture, si compissero tutti i riti e si portassero tante offerte, ma nella quale non avvenisse la consacrazione delle specie da parte del sacerdote. Tutto rimarrebbe quello che era prima, pane e vino.
“Così – concludeva quel Padre – è anche per il cristiano. Se anche egli ha compiuto perfettamente il digiuno e la veglia, la salmodia e l’intera ascesi e ogni virtù, ma non si è compiuta, per la grazia, nell’altare del suo cuore, la mistica operazione dello Spirito, tutto questo processo ascetico è incompiuto e quasi vano, perché egli non ha l’esultanza dello Spirito misticamente operante nel cuore”
Quali sono i “luoghi” dove lo Spirito agisce oggi in questa maniera pentecostale? Ascoltiamo la voce di sant’Ambrogio che è stato il cantore per eccellenza, tra i Padri latini, della sobria ebbrezza dello Spirito. Dopo aver ricordato i due “luoghi” classici in cui attingere lo Spirito – l’Eucaristia e le Scritture -, egli accenna a una terza possibilità. Dice:
“C’è anche un’altra ebbrezza che si opera tramite la penetrante pioggia dello Spirito Santo. Fu così che, negli Atti degli apostoli, quelli che parlavano in lingue diverse apparvero agli ascoltatori come se fossero pieni di vino”
Dopo aver ricordato i mezzi “ordinari”, sant’Ambrogio, con queste parole, accenna a un mezzo diverso, “straordinario”, nel senso che non è fissato in anticipo, non è qualcosa di istituito. Esso consiste nel rivivere l’esperienza che gli apostoli fecero il giorno di Pentecoste. Ambrogio non intendeva certamente additare questa terza possibilità, per dire agli ascoltatori che essa era preclusa per loro, essendo riservata solo agli apostoli e alla prima generazione di cristiani. Al contrario, egli intende invogliare i suoi fedeli a fare l’esperienza di quella “pioggia penetrante dello Spirito” che si verificò a Pentecoste. È quello che San Giovanni XXIII si riprometteva con il Concilio Vaticano II: una “nuova Pentecoste” per la Chiesa.
C’è dunque anche per noi la possibilità di attingere lo Spirito per questa via nuova, dipendente unicamente dalla sovrana e libera iniziativa di Dio. Uno dei modi in cui si manifesta ai nostri giorni questo modo di agire dello Spirito al di fuori dei canali istituzionali della grazia è il cosiddetto battesimo nello Spirito”. Accenno ad esso in questa sede senza alcun intento di proselitismo, solo per rispondere all’esortazione che papa Francesco rivolge spesso agli aderenti al Rinnovamento Carismatico Cattolico di condividere con tutto il popolo di Dio questa “corrente di grazia” che si sperimenta nel battesimo dello Spirito.
L’espressione “Battesimo nello Spirito” non è nuova. Cabasilas, abbiamo sentito, la usava già, tra gli ortodossi, per indicare l’evento della Pentecoste. Essa viene da Gesú stesso. Riferendosi alla prossima Pentecoste, prima di salire al cielo, egli disse ai suoi apostoli: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo” (Atti 1, 5). Si tratta di un rito che non ha nulla di esoterico, ma è fatto piuttosto di gesti di grande semplicità, calma e gioia, accompagnati da atteggiamenti di umiltà, di pentimento, di disponibilità a diventare bambini.
È un rinnovamento e un’attualizzazione non solo del battesimo e della cresima, ma di tutta la vita cristiana: per gli sposati, del sacramento del matrimonio, per i sacerdoti, della loro ordinazione, per i consacrati, della loro professione religiosa. L’interessato vi si prepara, oltre che attraverso una buona confessione, partecipando a incontri di catechesi nei quali è rimesso in un contatto vivo e gioioso con le principali verità e realtà della fede: l’amore di Dio, il peccato, la salvezza, la vita nuova, la trasformazione in Cristo, i carismi, i frutti dello Spirito. Il frutto più frequente e più importante è la scoperta di che cosa significa avere “un rapporto personale” con Gesú risorto e vivo. Nella comprensione cattolica, il battesimo nello Spirito non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza verso la maturità cristiana e l’impegno ecclesiale.
È giusto aspettarsi che tutti passino attraverso questa esperienza? È essa l’unico modo possibile per sperimentare la grazia di una rinnovata Pentecoste auspicata dal Concilio? Se per battesimo nello Spirito intendiamo un certo rito, in un certo contesto, dobbiamo rispondere no; non è certo l’unico modo per fare un’esperienza forte dello Spirito. Ci sono stati e ci sono innumerevoli cristiani che hanno fatto una esperienza analoga, senza nulla sapere del battesimo nello Spirito, ricevendo un evidente incremento di grazia e una nuova unzione dello Spirito in seguito a un ritiro, un incontro, una lettura. Anche un corso di esercizi spirituali può benissimo concludersi con una speciale invocazione dello Spirito Santo, se chi li guida ne ha fatto l’esperienza e i partecipanti lo desiderano. Se qualcuno non ama l’espressione “battesimo dello Spirito”, può benissimo lasciarla da parte e anziché chiedere il battesimo dello Spirito chiedere lo Spirito del battesimo, Cioè un riaccendersi dello Spirito Santo ricevuto nel battesimo.
Il segreto è dire una volta “Vieni, Santo Spirito”, ma dirlo con tutto il cuore, lasciando libero lo Spirito di venire nel modo che vuole lui, non come noi vorremmo che venisse, cioè senza cambiare nulla del nostro modo di vivere e di pregare. Ricordiamo la solenne promessa di Gesù nel Vangelo della Messa di ieri: “Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone [in Luca: “darà lo Spirito Santo”] a quelli che gliele chiedono!” (Mt 7,11).
Il “battesimo nello Spirito” si è rivelato un mezzo semplice e potente per rinnovare la vita di milioni di credenti in quasi tutte le Chiese cristiane. Non si contano le persone che erano cristiani soltanto di nome e, grazie a quella esperienza, sono diventate cristiani di fatto, dediti alla preghiera di lode e ai sacramenti, attivi nell’evangelizzazione e pronti ad assumersi compiti pastorali nella parrocchia. Una vera conversione dalla tiepidezza al fervore! È il caso di dire a noi stessi quello che Agostino ripeteva, quasi con sdegno, a se stesso nell’ascoltare storie di uomini e donne che, a suo tempo, abbandonavano il mondo per dedicarsi a Dio: “Si isti et istae, cur non ego?” : Se questi e queste, perché non anch’io?
Chiediamo alla Madre di Dio che ci ottenga la grazia che ottenne dal Figlio a Cana di Galilea. Per la sua preghiera, in quella occasione, l’acqua si convertì in vino. Chiediamo che per sua intercessione l’acqua della nostra tiepidezza si converta nel vino di un rinnovato fervore. Il vino che a Pentecoste provocò negli apostoli l’ebbrezza dello Spirito e li rese “ferventi nello Spirito”.

5 marzo 2021, Seconda predicazione 

Chi di voi può convincermi di peccato? Gesù Cristo vero uomo

Il pensiero moderno, illuminista, nasce all’insegna della massima di vivere “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse. Il pastore Dietrich Bonhoeffer riprese questa massima, cercando di darle un contenuto cristiano positivo. Nelle sue intenzioni, essa non era una concessione fatta all’ateismo, ma un programma di vita spirituale: fare il proprio dovere anche quando Dio sembra assente; in altre parole, non fare di lui un Dio – tappabuchi, sempre pronto a intervenire là dove l’uomo ha fallito.
Anche in questa versione, la massima è discutibile ed è stata, giustamente, contestata (tra gli altri da esempio da Benedetto XVI). Ma a noi in questo momento essa interessa per tutt’altra ragione. Esiste un pericolo mortale per la Chiesa ed è quello di vivere “etsi Christus non daretur”, come se Cristo non esistesse. È il presupposto con cui il mondo e i suoi mezzi di comunicazione parlano tutto il tempo della Chiesa. Di essa interessano la storia (soprattutto quella negativa, non quella della santità), l’organizzazione, il punto di vista sui problemi del momento, i fatti e i pettegolezzi interni ad essa. A stento si trova nominata una volta la persona di Gesú. È stata proposta qualche anno fa l’idea di una possibile alleanza tra credenti e non credenti, basata sui valori civili ed etici comuni, sulle radici cristiane della nostra cultura e via dicendo. Una intesa, in altre parole, non basata su ciò che è avvenuto nel mondo con la venuta di Cristo, ma su ciò che è avvenuto in seguito, dopo di lui.
A ciò si aggiunge un fatto oggettivo, purtroppo inevitabile. Cristo non entra in questione in nessuno dei tre dialoghi più vivaci in atto oggi tra la Chiesa e il mondo. Non entra nel dialogo tra fede e filosofia, perché la filosofia si occupa di concetti metafisici, non di realtà storiche come è la persona di Gesù di Nazareth; non entra nel dialogo con la scienza, con la quale si può unicamente discutere dell’esistenza o meno di un Dio creatore e di un progetto intelligente al di sotto dell’evoluzione; non entra, infine, nel dialogo interreligioso, dove ci si occupa di quello che le religioni possono fare insieme, nel nome di Dio, per il bene dell’umanità.
Nella preoccupazione – per altro, giustissima – di rispondere alle esigenze e alle provocazioni della storia e della cultura, noi corriamo il pericolo mortale di comportarci, anche noi credenti, “etsi Christus non daretur”. Come se si potesse parlare della Chiesa prescindendo da Cristo e dal suo Vangelo. Mi hanno fortemente colpito le parole pronunciate dal Santo Padre nell’Udienza Generale del 25 Novembre scorso. Diceva –e si capiva dal tono che la cosa lo toccava in modo particolare:
Troviamo qui [in Atti degli apostoli, 2, 42] quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale: l’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, primo; secondo, la custodia della comunione reciproca; terzo, la frazione del pane e, quarto, la preghiera. Esse ci ricordano che l’esistenza della Chiesa ha senso se resta saldamente unita a Cristo, cioè nella comunità, nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera. È il modo di unirci, noi, a Cristo […]. La predicazione e la catechesi testimoniano le parole e i gesti del Maestro; la ricerca costante della comunione fraterna preserva da egoismi e particolarismi; la frazione del pane realizza il sacramento della presenza di Gesù in mezzo a noi: Lui non sarà mai assente, nell’Eucaristia è proprio Lui. Lui vive e cammina con noi. E infine la preghiera, che è lo spazio del dialogo con il Padre, mediante Cristo nello Spirito Santo. Tutto ciò che nella Chiesa cresce fuori da queste “coordinate”, è privo di fondamenta”.
Le quattro coordinate della Chiesa, come si vede, si riducono, nelle parole del papa, a una sola: rimanere ancorata a Cristo. Tutto questo ha fatto nascere in me il desiderio di dedicare queste meditazioni quaresimali alla persona di Gesú Cristo. Ho dovuto superare, io per primo, una obiezione. Uno sguardo all’indice dei documenti del Vaticano II, alla voce “Gesú Cristo”, o una veloce scorsa attraverso i documenti pontifici degli ultimi anni ci dice di lui infinitamente più di quello che possiamo dire in queste brevi meditazioni quaresimali. Qual è allora l’utilità di scegliere questo tema? È che qui si parlerà solo di lui, come se esistesse solo lui e valesse la pena di occuparsi solo di lui (che è poi, in definitiva, la verità delle cose!).
Lo possiamo fare perché non siamo costretti, come lo è il Magistero, a occuparci anche di altro: dei problemi pastorali, di quelli etici, sociali, ambientali; in questo momento, dei problemi creati dalla pandemia. Guai, naturalmente, a fare solo quello che facciamo qui, ma guai a non farlo mai. Dalla mia esperienza con la televisione, ho imparato una cosa. Esistono vari modi di inquadrare un oggetto. C’è il “totale”, in cui si inquadra chi parla con tutto ciò che lo circonda; c’è poi il “primo piano” in cui si inquadra solo la persona che parla, e c’è infine il cosiddetto “primissimo piano” in cui si inquadra soltanto il volto o addirittura solo gli occhi di chi parla. Ecco, in queste meditazioni, noi ci proponiamo di fare, con l’aiuto di Dio, dei primissimo piani sulla persona di Gesú Cristo.
Il nostro intento non è apologetico, ma spirituale. In altre parole, non parliamo per convincere gli altri, i non credenti, che Gesú Cristo è il Signore, ma perché egli divenga sempre più realmente il Signore della nostra vita, il nostro tutto, al punto da sentirci anche noi, come l’Apostolo, “conquistati da Cristo” (Fil 3, 12) e poter dire con lui –almeno come desiderio – “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21).
La domanda che ci accompagnerà non sarà dunque: “Che posto occupa oggi Gesú nel mondo o nella Chiesa, ma: “Che posto occupa Gesú nella mia vita?” Sarà questo, oltretutto, il mezzo migliore per invogliare altri a interessarsi di Cristo, il modo più efficace cioè di fare evangelizzazione.
Ma anzitutto una chiarificazione. Di quale Cristo intendiamo parlare? Esistono infatti diversi “Cristi”: c’è il Cristo degli storici, dei teologi, dei poeti, esiste perfino il Cristo degli atei . Parliamo del Cristo dei Vangeli e della Chiesa. Più precisamente, del Cristo del dogma cattolico che il concilio di Calcedonia del 451 ha definito nei termini che, una volta tanto, è bene riascoltare, almeno in parte, nel testo originale:
Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare
un solo e medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo,
perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità,
vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e del corpo,
consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l’umanità,
simile in tutto a noi, fuorché nel peccato […],
uno e medesimo Cristo Signore unigenito; da riconoscersi in due nature […],
non essendo venuta meno […] la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi .
Possiamo parlare di un triangolo dogmatico su Cristo: i due lati sono l’umanità e la divinità di Cristo e il vertice l’unità della sua persona.
Il dogma cristologico non vuole essere una sintesi di tutti i dati biblici, una sorta di distillato che racchiude in sé tutta l’immensa ricchezza delle affermazioni riguardanti Cristo che si leggono nel Nuovo Testamento, riducendo il tutto alla scarna e arida formula: « due nature, una persona ». Se così fosse, il dogma sarebbe tremendamente riduttivo e anche pericoloso. Ma non è così. La Chiesa crede e predica di Cristo tutto ciò che il Nuovo Testamento afferma di lui, nulla escluso. Mediante il dogma, ha solo cercato di tracciare un quadro di riferimento, di stabilire una specie di «legge fondamentale» che ogni affermazione su Cristo deve rispettare. Tutto ciò che si dice di Cristo deve ormai rispettare quel dato certo e incontrovertibile: cioè che egli è Dio e uomo nello stesso tempo; meglio, nella stessa persona.
I dogmi sono delle « strutture aperte » (Bernhard Lonergan), pronte ad accogliere tutto ciò che di nuovo e di genuino ogni epoca scopre nella parola di Dio. Sono aperti ad evolversi dal loro interno, purché sempre « nello stesso senso e nella stessa linea ». Senza, cioè, che l’interpretazione data in una epoca contraddica quella dell’epoca precedente. Accostarsi a Cristo per la via del dogma non significa perciò rassegnarsi a ripetere stancamente sempre le stesse cose su di lui, magari cambiando soltanto le parole. Significa leggere la Scrittura nella Tradizione, con gli occhi della Chiesa, cioè leggerla in modo sempre antico e sempre nuovo.

Cristo uomo perfetto

Vediamo cosa significa tutto questo, applicato al dogma della perfetta umanità di Cristo. Durante la vita terrena di Gesù nessuno pensò mai di mettere in dubbio la realtà dell’umanità di Cristo, cioè il fatto che egli fosse veramente un uomo come gli altri. Quando parla dell’umanità di Gesù, il Nuovo Testamento si mostra interessato più della santità di essa, che della verità o realtà di essa, cioè più della sua perfezione morale che della sua completezza ontologica.
Al momento del concilio di Calcedonia questa idea dell’umanità di Cristo non è cambiata, ma l’attenzione non è più su di essa. Contro l’eresia docetista, la Chiesa ha dovuto affermare che Cristo aveva avuto una vera carne umana; contro l’eresia Apollinarista, che aveva avuto anch’un’anima umana e contro l’eresia Monotelita dovrà lottare più tardi, nel VII secolo, per fare riconoscere l’esistenza in Cristo anche di una volontà, e quindi di una libertà, veramente umana. A causa delle eresie accennate, tutto l’interesse per il Cristo «uomo» si sposta dal problema della novità, o santità, di tale umanità, a quello della sua verità o completezza ontologica.
Il Nuovo Testamento dicevo – non è interessato tanto ad affermare che Gesù è un uomo “vero”, quanto che è l’uomo « nuovo ». Egli è definito da san Paolo «l’Adamo ultimo » (eschatos), cioè «l’uomo definitivo » (cfr. 1Cor 15,45ss.; Rm 5,14). E’ “l’Immagine di Dio” (Col 1,15), a immagine del quale, secondo sant’Ireneo, è stato creato l’uomo. Cristo ha rivelato l’uomo nuovo, quello « creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24; cfr. Col 3,10). Gesú Cristo è “il Santo di Dio”: così egli è solennemente proclamato in due momenti della sua vita terrena (Lc 4,34; Gv 6,69). Gesù non è tanto l’uomo che somiglia a tutti gli altri uomini, quanto l’uomo al quale tutti gli altri uomini devono somigliare. Solo di lui si deve dire ciò che i filosofi greci dicevano dell’uomo in genere, e cioè che egli è “la misura di tutte le cose”!
Una volta messo al sicuro il dato dogmatico e ontologico della perfetta umanità di Cristo, oggi noi possiamo tornare a valorizzare questo dato biblico primario. Dobbiamo farlo anche per un altro motivo. Nessuno oggi nega che Gesù sia stato un uomo, come facevano i docetisti e gli altri negatori della piena umanità di Cristo. Si assiste anzi a un fenomeno strano e inquietante: la «vera» umanità di Cristo viene affermata in tacita alternativa alla sua divinità, come una specie di contrappeso.
È una specie di corsa generale a chi si spinge più avanti nell’affermare la «piena» umanità di Gesù di Nazareth, fino ad attribuirgli non solo la sofferenza, l’angoscia, la tentazione, ma anche il dubbio e perfino la possibilità di commettere errori. Così il dogma di Gesù «vero uomo» è diventato o una verità scontata che non disturba e non inquieta nessuno; peggio, una verità pericolosa che serve a legittimare, anziché contestare, il pensiero secolare. Affermare la piena umanità di Cristo è oggi come sfondare una porta aperta.

La santità di Cristo

Dedichiamo dunque il resto del tempo a nostra disposizione a contemplare (è la parola giusta) la santità di Cristo, a lasciarcene abbagliare, prima di trarne qualsiasi conseguenza operativa. È questo il “primissimo piano” su Gesú che vogliamo fare in questa meditazione: lasciarci affascinare dalla infinita bellezza di Cristo, il “più bello tra i figli dell’uomo”.
L’osservazione dei vangeli ci fa vedere che la santità di Gesù non è solo un principio astratto, o una deduzione metafisica, ma è una santità reale, vissuta momento per momento e nelle situazioni più concrete della vita. Le Beatitudini, per fare un esempio, non sono solo un bel programma di vita che Gesù traccia per gli altri; è la sua stessa vita e la sua esperienza che egli svela ai discepoli, chiamandoli ad entrare nella sua stessa sfera di santità. Le beatitudini sono l’autoritratto di Gesú.
Egli insegna quello che fa; per questo può dire: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Egli dice di perdonare i nemici, ma si spinge, egli stesso, fino a perdonare quelli che lo stanno crocifiggendo, con le parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non è, del resto, questo o quell’episodio che si presta per illustrare la santità di Gesù, ma ogni azione, ogni parola uscita dalla sua bocca.
Accanto a questo elemento positivo che consiste nella costante e assoluta adesione alla volontà del Padre, la santità di Cristo presenta anche un elemento uno negativo che è l’assoluta mancanza di ogni peccato, «Chi di voi può convincermi di peccato? », dice Gesù ai suoi avversari (Gv 8,46). Su questo punto abbiamo un coro unanime di testimonianze apostoliche: « Egli non aveva conosciuto peccato» (2 Cor 5,21); «egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca» (1 Pt 2,22); « egli fu provato in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato » (Eb 4,15); «tale era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori» (Eb 7,26). Giovanni, nella prima lettera, non si stanca di proclamare: «Egli è puro … ; in lui non v’è peccato … ; egli è giusto» (1 Gv 3,3-7).
La coscienza di Gesù è un cristallo trasparente. Mai la benché minima ammissione di colpa, o richiesta di scuse e di perdono, né nei confronti di Dio, né degli uomini. Sempre la tranquilla certezza di essere nella verità e nel giusto, di aver agito bene; che è tutt’altra cosa dall’umana presunzione di giustizia. Nessun altro personaggio della storia ha osato dire di sé la stessa cosa.
Una tale assenza di colpa – e di ammissione di colpa!- non è legata a questo o quel passo o detto del vangelo, della cui storicità si possa dubitare, ma trasuda da tutto il vangelo. È uno stile di vita che si riflette in tutto. Si può frugare nelle pieghe più riposte dei vangeli e il risultato è sempre lo stesso. Non basta a spiegare tutto ciò l’idea di un’umanità eccezionalmente santa ed esemplare. Questa infatti sarebbe piuttosto smentita da quello. Una tale sicurezza, una tale esclusione di peccato, come quella che si nota in Gesù indicherebbe sì un’umanità eccezionale, ma eccezionale nell’orgoglio, non nella santità. Una coscienza così fatta o è in se stessa il più grande peccato mai commesso, più grande di quello di Lucifero, o è invece la pura verità. La risurrezione di Cristo e la storia successiva del cristianesimo sono la prova concreta che era la pura verità.

«Santificati in Cristo Gesù»

Ora passiamo a vedere quello che la santità di Cristo significa per noi. E qui ci viene incontro subito una buona notizia. C’è infatti una buona notizia, un lieto annuncio, anche a proposito della santità di Cristo. Esso non è tanto che Gesù è il Santo di Dio, o il fatto che anche noi dobbiamo essere santi e immacolati. No, la lieta sorpresa è che Gesù comunica, dona, regala a noi la sua santità. Che la sua santità è anche la nostra. Di più: che egli stesso è la nostra santità.
Ogni genitore umano può trasmettere ai figli ciò che ha, ma non ciò che è. Se è un artista, uno scienziato, o anche un santo, non è detto che i figli nascano anche loro artisti, scienziati o santi. Egli può al massimo insegnarle loro, dare loro un esempio, ma non trasmetterle quasi in eredità. Gesù, invece, nel battesimo, non solo ci trasmette ciò che ha, ma anche ciò che è. Egli è santo e ci fa santi; è Figlio di Dio e ci fa figli di Dio.
Lo riafferma anche il Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi” (LG, 40).
La santità cristiana, prima che un dovere, è un dono. E’ ciò che distingue la religione cristiana da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni religione comincia dicendo agli uomini quello che devo fare per salvarsi. Possono essere speculazioni intellettuali, esercizi ascetici, particolari opere ed atti…Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi; comincia dicendo quello che Dio ha fatto per salvarli. Comincia con il dono, non con il dovere. Questo c’è, ma viene dopo, come conseguenza, non come causa della grazia.
Cosa fare per accogliere questo dono e farne per così dire una esperienza vissuta e non soltanto creduta? La prima e fondamentale risposta è la fede. Non una fede qualsiasi, ma la fede mediante la quale ci appropriamo di ciò che Cristo ha acquistato per noi. La fede che fa il colpo di audacia e che fa fare il colpo d’ala alla nostra vita cristiana. Paolo ha scritto: «Cristo Gesù […] per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31). Quello che Cristo è diventato «per noi» – giustizia, santità e redenzione – ci appartiene; è più nostro che se lo avessimo fatto noi! “Poiché noi non apparteniamo più a noi stessi, ma a Cristo che ci ha ricomprati a caro prezzo, ne consegue – scrive il grande maestro bizantino Cabasilas – che quello che è di Cristo ci appartiene, è più nostro di quello che viene da noi. Io non mi stanco di ripetere, a questo riguardo, ciò che ha scritto san Bernardo:
Io, in verità, prendo con fiducia per me [nell’originale, usurpo!] ciò che mi manca dalle viscere del Signore, perché esse traboccano di misericordia. […] Il mio merito, pertanto, è la misericordia del Signore. Non sarò sicuramente privo di merito fino a quando il Signore non sarà privo di misericordia. Se le misericordie del Signore sono molte, anch’io sono molto grande per quanto riguarda i meriti. […] Canterò forse anche la mia giustizia? «Signore, mi ricorderò solo della tua giustizia» (cf Sal 71, 16). Essa, in verità, è anche mia; perché tu ti sei fatto per me giustizia che viene da Dio (cf 1 Cor 1, 30) .
Non dobbiamo rassegnarci a morire prima di aver fatto, o rinnovato, questa specie di “colpo di mano” suggeritoci da san Bernardo. Questa santa sfrontatezza! San Paolo esorta spesso i cristiani a «spogliarsi dell’uomo vecchio» e «rivestirsi di Cristo» . L’immagine dello svestirsi e rivestirsi non indica una operazione soltanto ascetica, consistente nell’abbandonare certi «abiti» e sostituirli con altri, cioè nell’abbandonare i vizi e acquistare le virtù. È anzitutto un’operazione da fare mediante la fede. In un momento di preghiera, in questo tempo di Quaresima, uno si mette davanti al Crocifisso e, con un atto di fede, consegna a lui tutti i propri peccati, la propria miseria passata e presente, come chi si spoglia e getta nel fuoco i propri stracci sporchi; poi si riveste della giustizia che Cristo ha acquistato per lui. Dice, come il pubblicano nel tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!», e se ne torna a casa anche lui «giustificato» (cf Lc 18, 13-14). Oh, se potessimo una volta crederci davvero! Come cambierebbe la nostra vita spirituale e il nostro rapporto con Dio!
Alcuni Padri della Chiesa hanno racchiuso in una immagine questo grandioso segreto della vita cristiana. Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, se provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.
Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Così, dicono questi Padri, avviene tra Cristo e noi. È lui il valoroso che sulla croce ha vinto il grande tiranno del mondo e ci ha ridato la vita . Da noi si richiede che non siamo «spettatori» distratti di tanto dolore e di tanto amore. Scrive san Giovanni Crisostomo:
Le nostre spade non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l’abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. Sua è stata la lotta, nostra la corona. E poiché siamo stati anche noi a vincere, imitiamo quello che fanno i soldati in questi casi: con voci di gioia esaltiamo la vittoria, intoniamo inni di lode al Signore .
Naturalmente non tutto finisce qui. Dalla appropriazione dobbiamo passare alla imitazione. Il testo del Concilio che ci ha presentato la santità come dono (LG 40), prosegue dicendo:
Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l’Apostolo che vivano ‘come si conviene a santi’ (Ef 5,3), si rivestano ‘come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza ‘ (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22).
Ma abbiamo tante altre occasioni per parlare e sentir parlare del dovere di imitare Cristo e coltivare le virtù, che, per una volta, è bene fermarci qui. Anche perché se non facciamo quel primo salto nella fede che ci apre alla grazia di Dio, non andremo mai molto lontano nel’imitazione. “Non si perviene dalle virtù alla fede –diceva san Gregorio Magno – ma dalla fede alle virtù” .
Se proprio non vogliamo terminare senza almeno un piccolo proposito pratico, eccone uno che ci può aiutare. La santità di Gesú è consistita nel fare sempre quello piaceva al Padre. “Io faccio sempre – diceva – le cose che gli sono gradite” (Gv 8, 29). Proviamo a domandarci più spesso che possiamo, cominciando da oggi, davanti a ogni decisione da prendere e ogni risposta da dare: “Quale è, nel caso presente, la cosa che piacerebbe a Gesú che io facessi?” e farla senza indugio. Sapere qual è la volontà di Gesú è più facile che sapere in astratto qual è “la volontà di Dio” (anche se le due cose di fatto coincidono). Per conoscere la volontà di Gesú non dobbiamo fare altro che pensare a ciò che egli dice nel Vangelo. Lo Spirito Santo è lì, pronto a ricordarcelo, come ci ha promesso Gesù.

della verità o realtà di essa, cioè più della sua perfezione morale che della sua completezza ontologica.

Al momento del concilio di Calcedonia questa idea dell’umanità di Cristo non è cambiata, ma l’attenzione non è più su di essa. Contro l’eresia docetista, la Chiesa ha dovuto affermare che Cristo aveva avuto una vera carne umana; contro l’eresia Apollinarista, che aveva avuto anch’un’anima umana e contro l’eresia Monotelita dovrà lottare più tardi, nel VII secolo, per fare riconoscere l’esistenza in Cristo anche di una volontà, e quindi di una libertà, veramente umana. A causa delle eresie accennate, tutto l’interesse per il Cristo «uomo» si sposta dal problema della novità, o santità, di tale umanità, a quello della sua verità o completezza ontologica.
Il Nuovo Testamento dicevo – non è interessato tanto ad affermare che Gesù è un uomo “vero”, quanto che è l’uomo « nuovo ». Egli è definito da san Paolo «l’Adamo ultimo » (eschatos), cioè «l’uomo definitivo » (cfr. 1Cor 15,45ss.; Rm 5,14). E’ “l’Immagine di Dio” (Col 1,15), a immagine del quale, secondo sant’Ireneo, è stato creato l’uomo. Cristo ha rivelato l’uomo nuovo, quello « creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24; cfr. Col 3,10). Gesú Cristo è “il Santo di Dio”: così egli è solennemente proclamato in due momenti della sua vita terrena (Lc 4,34; Gv 6,69). Gesù non è tanto l’uomo che somiglia a tutti gli altri uomini, quanto l’uomo al quale tutti gli altri uomini devono somigliare. Solo di lui si deve dire ciò che i filosofi greci dicevano dell’uomo in genere, e cioè che egli è “la misura di tutte le cose”!
Una volta messo al sicuro il dato dogmatico e ontologico della perfetta umanità di Cristo, oggi noi possiamo tornare a valorizzare questo dato biblico primario. Dobbiamo farlo anche per un altro motivo. Nessuno oggi nega che Gesù sia stato un uomo, come facevano i docetisti e gli altri negatori della piena umanità di Cristo. Si assiste anzi a un fenomeno strano e inquietante: la «vera» umanità di Cristo viene affermata in tacita alternativa alla sua divinità, come una specie di contrappeso.
È una specie di corsa generale a chi si spinge più avanti nell’affermare la «piena» umanità di Gesù di Nazareth, fino ad attribuirgli non solo la sofferenza, l’angoscia, la tentazione, ma anche il dubbio e perfino la possibilità di commettere errori. Così il dogma di Gesù «vero uomo» è diventato o una verità scontata che non disturba e non inquieta nessuno; peggio, una verità pericolosa che serve a legittimare, anziché contestare, il pensiero secolare. Affermare la piena umanità di Cristo è oggi come sfondare una porta aperta.

La santità di Cristo

Dedichiamo dunque il resto del tempo a nostra disposizione a contemplare (è la parola giusta) la santità di Cristo, a lasciarcene abbagliare, prima di trarne qualsiasi conseguenza operativa. È questo il “primissimo piano” su Gesú che vogliamo fare in questa meditazione: lasciarci affascinare dalla infinita bellezza di Cristo, il “più bello tra i figli dell’uomo”.
L’osservazione dei vangeli ci fa vedere che la santità di Gesù non è solo un principio astratto, o una deduzione metafisica, ma è una santità reale, vissuta momento per momento e nelle situazioni più concrete della vita. Le Beatitudini, per fare un esempio, non sono solo un bel programma di vita che Gesù traccia per gli altri; è la sua stessa vita e la sua esperienza che egli svela ai discepoli, chiamandoli ad entrare nella sua stessa sfera di santità. Le beatitudini sono l’autoritratto di Gesú.
Egli insegna quello che fa; per questo può dire: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Egli dice di perdonare i nemici, ma si spinge, egli stesso, fino a perdonare quelli che lo stanno crocifiggendo, con le parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non è, del resto, questo o quell’episodio che si presta per illustrare la santità di Gesù, ma ogni azione, ogni parola uscita dalla sua bocca.
Accanto a questo elemento positivo che consiste nella costante e assoluta adesione alla volontà del Padre, la santità di Cristo presenta anche un elemento uno negativo che è l’assoluta mancanza di ogni peccato, «Chi di voi può convincermi di peccato? », dice Gesù ai suoi avversari (Gv 8,46). Su questo punto abbiamo un coro unanime di testimonianze apostoliche: « Egli non aveva conosciuto peccato» (2 Cor 5,21); «egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca» (1 Pt 2,22); « egli fu provato in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato » (Eb 4,15); «tale era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori» (Eb 7,26). Giovanni, nella prima lettera, non si stanca di proclamare: «Egli è puro … ; in lui non v’è peccato … ; egli è giusto» (1 Gv 3,3-7).
La coscienza di Gesù è un cristallo trasparente. Mai la benché minima ammissione di colpa, o richiesta di scuse e di perdono, né nei confronti di Dio, né degli uomini. Sempre la tranquilla certezza di essere nella verità e nel giusto, di aver agito bene; che è tutt’altra cosa dall’umana presunzione di giustizia. Nessun altro personaggio della storia ha osato dire di sé la stessa cosa.
Una tale assenza di colpa – e di ammissione di colpa!- non è legata a questo o quel passo o detto del vangelo, della cui storicità si possa dubitare, ma trasuda da tutto il vangelo. È uno stile di vita che si riflette in tutto. Si può frugare nelle pieghe più riposte dei vangeli e il risultato è sempre lo stesso. Non basta a spiegare tutto ciò l’idea di un’umanità eccezionalmente santa ed esemplare. Questa infatti sarebbe piuttosto smentita da quello. Una tale sicurezza, una tale esclusione di peccato, come quella che si nota in Gesù indicherebbe sì un’umanità eccezionale, ma eccezionale nell’orgoglio, non nella santità. Una coscienza così fatta o è in se stessa il più grande peccato mai commesso, più grande di quello di Lucifero, o è invece la pura verità. La risurrezione di Cristo e la storia successiva del cristianesimo sono la prova concreta che era la pura verità.

«Santificati in Cristo Gesù»

Ora passiamo a vedere quello che la santità di Cristo significa per noi. E qui ci viene incontro subito una buona notizia. C’è infatti una buona notizia, un lieto annuncio, anche a proposito della santità di Cristo. Esso non è tanto che Gesù è il Santo di Dio, o il fatto che anche noi dobbiamo essere santi e immacolati. No, la lieta sorpresa è che Gesù comunica, dona, regala a noi la sua santità. Che la sua santità è anche la nostra. Di più: che egli stesso è la nostra santità.
Ogni genitore umano può trasmettere ai figli ciò che ha, ma non ciò che è. Se è un artista, uno scienziato, o anche un santo, non è detto che i figli nascano anche loro artisti, scienziati o santi. Egli può al massimo insegnarle loro, dare loro un esempio, ma non trasmetterle quasi in eredità. Gesù, invece, nel battesimo, non solo ci trasmette ciò che ha, ma anche ciò che è. Egli è santo e ci fa santi; è Figlio di Dio e ci fa figli di Dio.
Lo riafferma anche il Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi” (LG, 40).
La santità cristiana, prima che un dovere, è un dono. E’ ciò che distingue la religione cristiana da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni religione comincia dicendo agli uomini quello che devo fare per salvarsi. Possono essere speculazioni intellettuali, esercizi ascetici, particolari opere ed atti…Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi; comincia dicendo quello che Dio ha fatto per salvarli. Comincia con il dono, non con il dovere. Questo c’è, ma viene dopo, come conseguenza, non come causa della grazia.
Cosa fare per accogliere questo dono e farne per così dire una esperienza vissuta e non soltanto creduta? La prima e fondamentale risposta è la fede. Non una fede qualsiasi, ma la fede mediante la quale ci appropriamo di ciò che Cristo ha acquistato per noi. La fede che fa il colpo di audacia e che fa fare il colpo d’ala alla nostra vita cristiana. Paolo ha scritto: «Cristo Gesù […] per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31). Quello che Cristo è diventato «per noi» – giustizia, santità e redenzione – ci appartiene; è più nostro che se lo avessimo fatto noi! “Poiché noi non apparteniamo più a noi stessi, ma a Cristo che ci ha ricomprati a caro prezzo, ne consegue – scrive il grande maestro bizantino Cabasilas – che quello che è di Cristo ci appartiene, è più nostro di quello che viene da noi. Io non mi stanco di ripetere, a questo riguardo, ciò che ha scritto san Bernardo:
Io, in verità, prendo con fiducia per me [nell’originale, usurpo!] ciò che mi manca dalle viscere del Signore, perché esse traboccano di misericordia. […] Il mio merito, pertanto, è la misericordia del Signore. Non sarò sicuramente privo di merito fino a quando il Signore non sarà privo di misericordia. Se le misericordie del Signore sono molte, anch’io sono molto grande per quanto riguarda i meriti. […] Canterò forse anche la mia giustizia? «Signore, mi ricorderò solo della tua giustizia» (cf Sal 71, 16). Essa, in verità, è anche mia; perché tu ti sei fatto per me giustizia che viene da Dio (cf 1 Cor 1, 30) .
Non dobbiamo rassegnarci a morire prima di aver fatto, o rinnovato, questa specie di “colpo di mano” suggeritoci da san Bernardo. Questa santa sfrontatezza! San Paolo esorta spesso i cristiani a «spogliarsi dell’uomo vecchio» e «rivestirsi di Cristo» . L’immagine dello svestirsi e rivestirsi non indica una operazione soltanto ascetica, consistente nell’abbandonare certi «abiti» e sostituirli con altri, cioè nell’abbandonare i vizi e acquistare le virtù. È anzitutto un’operazione da fare mediante la fede. In un momento di preghiera, in questo tempo di Quaresima, uno si mette davanti al Crocifisso e, con un atto di fede, consegna a lui tutti i propri peccati, la propria miseria passata e presente, come chi si spoglia e getta nel fuoco i propri stracci sporchi; poi si riveste della giustizia che Cristo ha acquistato per lui. Dice, come il pubblicano nel tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!», e se ne torna a casa anche lui «giustificato» (cf Lc 18, 13-14). Oh, se potessimo una volta crederci davvero! Come cambierebbe la nostra vita spirituale e il nostro rapporto con Dio!
Alcuni Padri della Chiesa hanno racchiuso in una immagine questo grandioso segreto della vita cristiana. Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, se provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.
Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Così, dicono questi Padri, avviene tra Cristo e noi. È lui il valoroso che sulla croce ha vinto il grande tiranno del mondo e ci ha ridato la vita . Da noi si richiede che non siamo «spettatori» distratti di tanto dolore e di tanto amore. Scrive san Giovanni Crisostomo:
Le nostre spade non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l’abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. Sua è stata la lotta, nostra la corona. E poiché siamo stati anche noi a vincere, imitiamo quello che fanno i soldati in questi casi: con voci di gioia esaltiamo la vittoria, intoniamo inni di lode al Signore .
Naturalmente non tutto finisce qui. Dalla appropriazione dobbiamo passare alla imitazione. Il testo del Concilio che ci ha presentato la santità come dono (LG 40), prosegue dicendo:
Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l’Apostolo che vivano ‘come si conviene a santi’ (Ef 5,3), si rivestano ‘come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza ‘ (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22).
Ma abbiamo tante altre occasioni per parlare e sentir parlare del dovere di imitare Cristo e coltivare le virtù, che, per una volta, è bene fermarci qui. Anche perché se non facciamo quel primo salto nella fede che ci apre alla grazia di Dio, non andremo mai molto lontano nel’imitazione. “Non si perviene dalle virtù alla fede –diceva san Gregorio Magno – ma dalla fede alle virtù” .
Se proprio non vogliamo terminare senza almeno un piccolo proposito pratico, eccone uno che ci può aiutare. La santità di Gesú è consistita nel fare sempre quello piaceva al Padre. “Io faccio sempre – diceva – le cose che gli sono gradite” (Gv 8, 29). Proviamo a domandarci più spesso che possiamo, cominciando da oggi, davanti a ogni decisione da prendere e ogni risposta da dare: “Quale è, nel caso presente, la cosa che piacerebbe a Gesú che io facessi?” e farla senza indugio. Sapere qual è la volontà di Gesú è più facile che sapere in astratto qual è “la volontà di Dio” (anche se le due cose di fatto coincidono). Per conoscere la volontà di Gesú non dobbiamo fare altro che pensare a ciò che egli dice nel Vangelo. Lo Spirito Santo è lì, pronto a ricordarcelo, come ci ha promesso Gesù.

12 marzo 2021, Terza predicazione

Ma voi chi dite che io sia? Gesù Cristo vero uomo

Richiamo brevemente il tema e lo spirito di queste meditazioni quaresimali. Ci siamo proposti di reagire alla tendenza diffusissima di parlare della Chiesa “etsi Christus non daretur”, come se Cristo non esistesse, come se si potesse capire tutto di essa, prescindendo da lui. Ci siamo proposti, però, di reagire a ciò in un modo diverso dal solito: non cercando di convincere di errore il mondo e i suoi mezzi di comunicazione, ma rinnovando e intensificando la nostra fede in Cristo. Non in chiave apologetica, ma spirituale.
Per parlare di Cristo abbiamo scelto la via più sicura che è quella del dogma: Cristo vero uomo, Cristo vero Dio, Cristo una sola persona. Quella del dogma è una via tutt’altro che vecchia e sorpassata. “La terminologia dommatica della Chiesa primitiva – ha scritto Kierkegaard, uno dei massimi rappresentanti del pensiero moderno esistenziale – è come un castello fatato, dove riposano in un sonno profondo i prìncipi e le principesse più leggiadre. Basta soltanto svegliarli, perché balzino in piedi in tutta la loro gloria” .
Ecco, si tratta proprio di questo: di risvegliare i dogmi, di infondere in essi vita, come quando lo Spirito entrò nelle ossa inaridite viste da Ezechiele ed esse “ritornarono in vita e si alzarono in piedi” (Ez 37, 10). La volta scorsa abbiamo cercato di fare questo, nei confronti del dogma di Gesú “vero uomo”; oggi vogliamo farlo con il dogma di Cristo “vero Dio”.

Il dogma di Cristo “vero Dio”

Nell’anno 111 o 112 dopo Cristo, Plinio il Giovane, governatore della Bitinia e del Ponto, scrisse una lettera all’imperatore Traiano, chiedendogli indicazioni su come comportarsi nei processi conto i cristiani. Secondo le informazioni prese –scrive all’imperatore – “tutta la loro colpa o errore consisteva nell’essere soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba e intonare, a cori alterni, un inno a Cristo come a un Dio” : carmen Christo quasi Deo dicere. Siamo in Asia Minore, a pochi anni dalla morte dell’ultimo apostolo, Giovanni, e i cristiani, nella loro liturgia, proclamano già la divinità di Cristo! La fede nella divinità di Cristo nasce col nascere della Chiesa.
Ma che ne è oggi di tale fede? Facciamo, anzitutto, una ricostruzione per sommi capi della storia del dogma della divinità di Cristo. Esso fu sancito solennemente nel concilio di Nicea del 325 con le parole che ripetiamo nel Credo: “ Credo in un solo Signore Gesú Cristo…Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre”. Al di là dei termini usati, il senso profondo della definizione di Nicea – come si deduce da sant’Atanasio che ne fu il testimone e l’interprete più autorevole – era che in ogni lingua e in ogni epoca Cristo deve essere riconosciuto Dio nel senso più forte e più alto che la parola Dio ha in tale lingua e cultura, e non in qualche altro senso derivato e secondario.
Ci volle quasi un secolo di assestamento prima che questa verità fosse recepita, nella sua radicalità, dall’intera cristianità. Una volta superati i rigurgiti di arianesimo dovuti all’arrivo di popoli barbari che avevano ricevuto la prima evangelizzazione dagli eretici (Goti, Visigoti e Longobardi), il dogma divenne patrimonio pacifico di tutta la cristianità, sia orientale che occidentale.

La Riforma protestante lo mantenne intatto e anzi ne accrebbe la centralità; inserì tuttavia in esso un elemento che più tardi darà adito a sviluppi negativi. Per reagire al formalismo e al nominalismo che riduceva i dogmi a esercizi di virtuosismo speculativo, i riformatori protestanti affermano: “Conoscere Cristo significa riconoscere i suoi benefici, non indagare le sue nature e i modi dell’incarnazione” . Il Cristo “per me” diventa più importante del Cristo “in sé”. Alla conoscenza oggettiva, dommatica, si oppone una conoscenza soggettiva, intima; alla testimonianza esterna della Chiesa (e, in certi casi, delle stesse Scritture) su Gesù, si antepone la “testimonianza interna” che lo Spirito Santo rende a Gesù nel cuore di ogni credente.

L’illuminismo e il razionalismo trovarono in ciò il terreno adatto per la demolizione del dogma. Per Kant, ciò che conta è l’ideale morale proposto da Cristo, più che la sua persona. La teologia liberale del secolo XIX riduce praticamente il cristianesimo alla sola dimensione etica e in particolare alla esperienza della paternità di Dio. Si spoglia il Vangelo di tutto il soprannaturale: miracoli, visioni, risurrezione di Cristo. Il cristianesimo diventa soltanto un sublime ideale morale che può prescindere dalla divinità di Cristo e perfino dalla sua esistenza storica. Gandhi che, purtroppo, aveva conosciuto il cristianesimo in questa versione riduttiva, ha scritto: “Non mi importerebbe nemmeno se qualcuno dimostrasse che l’uomo Gesù in realtà non visse mai e che quanto si legge nei vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi” .
La versione a noi più vicina di questa tendenza riduttiva del cristianesimo è quella resa popolare da Bultmann, in nome della de-mitologizzazione: “La formula ‘Cristo è Dio’ –egli scrive – è falsa in ogni senso, quando ‘Dio’ viene considerato come essere oggettivabile, sia essa intesa secondo Ario o secondo Nicea, in senso ortodosso o liberale. Essa è corretta se ‘Dio’ viene inteso come l’evento dell’attuazione divina” . In parole meno velate: Cristo non è Dio, ma in Cristo c’è (o opera) Dio. Siamo ben lontani, come si vede, dal dogma definito a Nicea. Si dice di volere, in questo modo, interpretare il dogma antico con categorie moderne, ma in realtà non si fa che riproporre, a volte negli stessi termini, soluzioni arcaiche (Paolo di Samosata, Marcello di Ancira, Fotino) già valutate e rifiutate dalla coscienza della Chiesa.
Se dalle discussioni dei teologi si passa a ciò che, della divinità di Cristo, stando a diverse inchieste, pensa la gente ordinaria nei paesi cristiani, si rimane senza parole. In seguito a un concilio locale dominato dagli oppositori di Nicea (Rimini, anno 359), san Girolamo scrisse: Il mondo intero “emise un gemito e si stupì di ritrovarsi ariano” . Noi avremmo molta più ragione di lui di gemere e di fare nostra oggi la sua esclamazione di stupore.

Cristo “vero Dio” nei Vangeli

Ma adesso dobbiamo tener fede al nostro intento. Lasciamo perciò da parte quello che pensa il mondo e cerchiamo di risvegliare in noi la fede nella divinità di Cristo. Una fede luminosa, non sfuocata, oggettiva e soggettiva insieme, cioè non solo creduta, ma anche vissuta. Anche oggi, a Gesú non interessa tanto quello che dice di lui “la gente”, ma quello che dicono di lui i suoi discepoli. La domanda è perennemente nell’aria: “Ma voi chi dite che io sia?” (M 16, 15). È ad essa che vogliamo cercare di rispondere in questa meditazione.
Partiamo proprio dai vangeli. Nei sinottici la divinità di Cristo non è mai dichiarata apertamente, ma è continuamente sottintesa. Ripensiamo ad alcuni detti di Gesú: “Il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati” (Mt 9,6); “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio (Mt 11, 27); “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (un detto, questo, presente identico in tutti e tre i Sinottici) “Il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (Mc 2, 28); “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre” (Mt 25, 31-32). Chi, se non Dio, può rimettere i peccati in nome proprio e proclamarsi giudice finale dell’umanità e della storia?
Come basta un capello o una goccia di saliva per ricostruire il DNA di una persona, così basta una sola riga del Vangelo, letta senza preconcetti, per ricostruire il DNA di Gesú, per scoprire ciò che egli pensava di se stesso, ma non poteva dire apertamente per non essere frainteso. La trascendenza divina di Cristo trasuda letteralmente da ogni pagina del Vangelo.
Ma è soprattutto Giovanni che ha fatto della divinità di Cristo lo scopo primario del suo vangelo, il tema che tutto unifica. Egli conclude il suo vangelo dicendo: “ Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31), e conclude la sua Prima Lettera quasi con le stesse parole: “Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio” (l Gv 5,13).

Un giorno di tanti anni fa celebravo la Messa in un monastero di clausura. Il brano evangelico della liturgia era la pagina di Giovanni in cui Gesù pronuncia ripetutamente il suo “Io sono “: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati… Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono … Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,24.28.58). Il fatto che le parole “Io Sono, contrariamente a ogni regola grammaticale, nel lezionario fossero scritte con due maiuscole, unito certamente a qualche altra causa più misteriosa, fece scoccare una scintilla. Quella parola “ esplose” dentro di me.

Io sapevo, dai miei studi, che nel vangelo di Giovanni c’erano numerosi “Io Sono “, ego eimi, pronunciati da Gesú. Sapevo che questo era un fatto importante per la sua cristologia; che con essi Gesú si attribuisce il nome che in Isaia Dio rivendica per sé: “Perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che Io sono” (Is 43, 10). Ma la mia era una conoscenza libresca e inerte e non suscitava emozioni particolari. Quel giorno era tutt’un’altra cosa. Si era nel tempo pasquale e sembrava che il Risorto stesso proclamasse il suo nome divino al cospetto del cielo e della terra. Il suo “Io Sono! “ illuminava e riempiva l’universo. Io mi sentivo piccolo piccolo, come uno che assiste, per caso e in disparte, a una scena improvvisa e straordinaria, o a un grandioso spettacolo della natura. Non si trattò che di una semplice emozione di fede, niente di più, ma di quelle che, passate, lasciano nel cuore una impronta indelebile.
C’è da rimanere stupiti di fronte all’impresa che lo Spirito di Gesù ha permesso a Giovanni di portare a termine. Egli ha abbracciato i temi, i simboli, le attese, tutto ciò, insomma, che c’era di religiosamente vivo, sia nel mondo giudaico che in quello ellenistico, facendo servire tutto questo a un’unica idea, meglio, a un’unica persona: Gesù Cristo è il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo. Ha imparato la lingua degli uomini del suo tempo, per gridare in essa, con tutte le proprie forze, l’unica verità che salva, la Parola per eccellenza, “ il Verbo “.
Solo una certezza rivelata, che ha dietro di sé l’autorità e la forza stessa di Dio e del suo Spirito, poteva dispiegarsi in un libro con tale insistenza e coerenza, arrivando, da mille punti diversi, sempre alla stessa conclusione: e cioè all’identità totale di natura fra il Padre e il Figlio,: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Una “sola cosa” (neutro unum), si badi bene, non una sola persona (maschile unus)!

“Corde creditur: si crede con il cuore”

Come per l’umanità, anche a proposito della divinità di Cristo, adesso possiamo mostrare come il dogma antico, oggettivo e ontologico, è capace di accogliere e valorizzare il dato moderno soggettivo e funzionale, mentre, abbiamo visto, è stato tanto difficile il contrario. Alla logica dialettica dell’ ”aut- aut”, opponiamo quella cattolica dell’ “et-et”.
Nessuna delle cosiddette “cristologie dal basso”, quelle, per intenderci, che partono dal Gesù “profeta escatologico e sommo rivelatore del Padre”, oppure da Gesú “l’uomo in cui la coscienza di Dio ha attinto il suo massimo livello” (F. Schleiermacher), oppure dal Cristo “persona umana in cui sussiste la natura divina” (non persona divina che sussiste in una natura umana!): nessuna, ripeto, di queste cristologie è riuscita ad elevarsi fino ad abbracciare il vero mistero della fede cristiana e salvaguardare la piena divinità di Cristo. La ragione dell’insuccesso è spiegata da Gesú e fu ben compresa da Giovanni che la riferisce: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo” (Gv 3, 13). È possibile infatti a Dio, se lo vuole, farsi uomo, ma non è possibile all’uomo farsi Dio!
Con queste premesse possiamo tornare a valorizzare tutta la dimensione soggettiva e personalistica del dogma: il Cristo “per me” messo in primo piano dai Riformatori, il Cristo conosciuto dai suoi benefici e dalla interiore testimonianza dello Spirito. Questo è il frutto migliore dell’ecumenismo, quello delle “differenze riconciliate”, non contrapposte, come dice il Santo Padre. Non è una concessione “pro bono pacis”, ma un bisogno e un arricchimento reciproco. Noi tutti abbiamo bisogno di dare alla nostra fede questa dimensione personale, intima, perché essa non sia morta ripetizione di formule antiche o moderne. Su questo punto, siamo tutti chiamati in causa: cattolici, ortodossi e protestanti allo stesso modo.

San Paolo dice che “con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). “ È dalle radici del cuore che sale la fede”, commenta Agostino . Nella visione cattolica, come in quella ortodossa e anche, in seguito, in quella protestante, la professione della retta fede, cioè il secondo momento di questo processo, ha preso spesso tanto rilievo da lasciare nell’ombra quel primo momento che si svolge nelle profondità recondite del cuore. Tutti i trattati De fide, scritti dopo Nicea, trattano dell’ortodossia della fede; oggi si direbbe della fides quae, non della fides qua, delle cose da credere, non dell’atto personale del credere.
Questo primo atto della fede, proprio perché si svolge nel cuore, è un atto “singolare “, che non può essere fatto che dal singolo, in totale solitudine con Dio. Nel vangelo di Giovanni sentiamo Gesù porre ripetutamente la domanda: “ Credi tu? “. (Gv 9,35; (Gv 11,26); e ogni volta questa domanda suscita dal cuore il grido della fede: “ Sì, Signore, io credo! “. Anche il simbolo di fede della Chiesa comincia così, al singolare: “Io credo“, non: “Noi crediamo“.
Dobbiamo accettare anche noi di passare attraverso questo momento, di subire questo esame. Se alla domanda di Gesú: “Credi tu?”, uno risponde subito, senza neppure pensarci: “Certo che credo” e trova perfino strano che venga rivolta una simile domanda a un credente, a un sacerdote o a un vescovo, probabilmente vuol dire che non ha ancora scoperto cosa significa veramente credere, non ha mai provato la grande vertigine della ragione che precede l’atto di fede. La divinità di Cristo è la cima più alta, l’Everest, della fede. Credere in un Dio nato in una stalla e morto su una croce! Questo è molto più esigente che credere in un Dio lontano che ognuno può raffigurarsi a proprio piacimento.
Bisogna cominciare con demolire in noi credenti, e in noi uomini di Chiesa, la falsa persuasione che quanto alla fede siamo a posto e che, semmai, dobbiamo lavorare ancora sulla carità. Chissà che non sia un bene, per un po’ di tempo, non volere dimostrare niente a nessuno, ma interiorizzare la fede, riscoprire le sue radici nel cuore!

Dobbiamo ricreare le condizioni per una ripresa della fede nella divinità di Cristo. Riprodurre lo slancio di fede da cui nacque il dogma di Nicea. Il corpo della Chiesa ha prodotto una volta uno sforzo supremo, con cui si è elevato, nella fede, al di sopra di tutti i sistemi umani e di tutte le resistenze della ragione. La marea della fede ha raggiunto una volta un livello massimo e ne è rimasto il segno sulla roccia. Bisogna però che si ripeta la sollevazione, non basta il segno. Non basta ripetere il Credo di Nicea; occorre rinnovare lo slancio di fede che si ebbe allora nella divinità di Cristo e di cui non c’è stato più l’eguale nei secoli.
La prassi della Chiesa (e non solo della Chiesa cattolica!) prevede una professione di fede da parte del candidato, prima di ricevere il mandato di insegnare teologia. Questa professione di fede ha comportato spesso, oltre la recita del credo, l’impegno a insegnare alcune cose precise – e a non insegnarne altre altrettanto precise – che in quel momento della storia erano temi particolarmente sensibili. Si pensi al giuramento antimodernista.
A me pare che si dovrebbe accertare soprattutto una cosa: che chi insegna teologia ai futuri ministri del Vangelo creda fermamente nella divinità di Cristo. Accertare ciò mediante un franco e fraterno discernimento, meglio che con un giuramento. Con i giuramenti non si è ottenuto mai nulla. C’è stata tutta una generazione di sacerdoti dopo il concilio (non certo a causa del concilio!) che è uscita dal seminario e si è presentata all’ordinazione con idee assai confuse e sfocate su chi è il Gesú che dovevano annunciare al popolo e rendere presente sull’altare nella Messa. Molte crisi sacerdotali, sono convinto, sono partite, e partono, da qui.

Ecumenismo ed evangelizzazione

Quello che abbiamo messo in luce ha importanti conseguenze anche per l’ecumenismo cristiano. Esistono infatti due ecumenismi possibili: quello della fede e quello dell’incredulità; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio e che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e uno che riunisce tutti quelli che si limitano a “ interpretare” (ognuno a modo proprio e secondo il proprio sistema filosofico) queste cose. Un ecumenismo in cui, al limite tutti credono le stesse cose perché nessuno crede più veramente a niente, nel senso forte della parola “ credere “.

La fondamentale distinzione degli spiriti, nell’ambito della fede, non è quella che distingue tra loro cattolici, ortodossi e protestanti, ma quella che distingue coloro che credono nel Cristo Figlio di Dio e coloro che non vi credono; secondo san Paolo “Tutti quelli che invocano il nome del Signore nostro Gesú Cristo, Signore nostro e loro” (1 Cor 1,2) e quelli che non lo invocano.

C’è un’unità nuova e invisibile che si va formando e che passa attraverso le diverse Chiese. Questa unità invisibile e spirituale ha vitale bisogno, a sua volta, del discernimento della teologia e del magistero, per non cadere nel pericolo del fondamentalismo o di un soggettivismo sfrenato. Ma una volta intravista e superata questa tentazione, si tratta di un fatto che non ci si può permettere più di ignorare.

Il vero “ecumenismo spirituale” non consiste soltanto nel pregare per l’unità dei cristiani, ma nel condividere la stessa esperienza dello Spirito Santo. Consiste in quella che Agostino chiama “la societas sanctorum”, la comunione dei santi, che a volte, dolorosamente, può non coincidere con la “communio sacramentorum”, cioè con la condivisione degli stessi segni sacramentali.

La fede nella divinità è importante soprattutto in vista dell’evangelizzazione. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Tale è l’edificio della fede cristiana, e questa sua “pietra angolare” è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e crolla, a cominciare dalla fede nella Trinità. Da chi è formata la Trinità se Cristo non è Dio? Non per nulla, appena si mette tra parentesi la divinità di Cristo, si mette tra parentesi anche la Trinità.

Sant’ Agostino diceva: “Non è gran cosa credere che Gesù è morto; questo lo credono anche i pagani e i reprobi; tutti lo credono. Ma è cosa veramente grande credere che egli è risorto”. E concludeva: “La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo” . La stessa cosa si deve dire dell’umanità e divinità di Cristo, di cui morte e risurrezione sono le rispettive manifestazioni. Tutti credono che Gesù sia uomo; ciò che fa la diversità fra credenti e non credenti è credere che egli sia anche Dio. La fede dei cristiani è la divinità di Cristo!

“Conoscere Cristo è riconoscere i suoi benefici”

“Conoscere Cristo è riconoscere i suoi benefici”, abbiamo sentito. Terminiamo proprio ricordando alcuni di questi benefici che sono capaci di rispondere ai bisogni profondi dell’uomo d’oggi e di sempre: il bisogno di senso e il rifiuto della morte.

Non è vero che l’uomo moderno ha smesso di porsi la domanda sul senso della vita. Qualche anno fa un noto intellettuale ha scritto: “La religione morirà. Non è un auspicio, né tanto meno una profezia. È già un fatto che sta attendendo il suo compimento… Passata la nostra generazione e forse quella dei nostri figli, nessuno più considererà il bisogno di dare un senso alla vita un problema davvero fondamentale…La tecnica ha portato la religione al suo crepuscolo” . Certo, non si interroga sul senso ultimo della vita chi se ne è dato altri…Ma quando questi altri scopi, uno dopo l’altro, svaniscono –giovinezza, salute, fama- molti tornano a porsi quella domanda. Se la pongono ancora di più in questo tempo di pandemia in cui, chiusi spesso in casa, uomini e donne hanno avuto finalmente il tempo di riflettere e interrogarsi.

C’è un dipinto, tra i più famosi dell’arte moderna, che rappresenta visivamente dove porta la convinzione che la vita non ha senso. Su uno sfondo rossastro che ispira angoscia, un uomo attraversa correndo un ponte, sorpassando due individui che sembrano ignari e indifferenti a tutto; ha gli occhi sbarrati; con le mani intorno alla bocca emette un grido e si capisce che è un grido di disperazione. Parlo, naturalmente del dipinto “l’Urlo” di Edvard Munch.

Gesú ha detto: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre” (Gv 8,12). Chi crede in Cristo ha la possibilità di resistere alla grande tentazione del non-senso della vita che porta spesso al suicidio. Chi crede in Cristo non cammina nelle tenebre: sa da dove viene, sa dove va e che cosa deve fare nel frattempo. Soprattutto sa che è amato da qualcuno e che questo qualcuno ha dato la vita per dimostraglielo!

Gesú ha detto anche: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11, 25). E l’evangelista più tardi scriverà ai cristiani: “Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio […] Egli è il vero Dio e la vita eterna” (1 Gv 5,13.20). Proprio perché Cristo è “vero Dio”, è anche “vita eterna” e dà la vita eterna. Questo non ci toglie necessariamente la paura della morte, ma dà al credente la certezza che la nostra vita non termina con essa.

Ripensiamo a qualcosa di tutto questo quando, la domenica, proclamiamo il secondo articolo del Credo che invito a ripetere ora mentalmente con me:

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

26 marzo 2021, Quarta predicazione 
Gesù di Nazareth: una persona

Gli Atti degli Apostoli narrano il seguente episodio. All’arrivo del re Agrippa a Cesarea, il governatore Festo gli presenta il caso di Paolo tenuto in custodia presso di lui, in attesa del processo. Riassume il caso al re con queste parole: “Quelli che lo incolpavano […] avevano contro di lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesú, morto, che Paolo sosteneva essere vivo” (At 25, 18-19). In questo dettaglio, in apparenza così secondario, è riassunta la storia dei venti secoli seguiti a quel momento. Tutto gira ancora intorno a “un certo Gesú” che il mondo ritiene morto e la Chiesa proclama essere vivo.
È quello che ci proponiamo di approfondire in questa ultima meditazione, cioè che Gesú di Nazareth è vivo! Non è una memoria del passato; non è solo un personaggio, ma una persona. Vive “secondo lo Spirito”, certo, ma questo è un modo di vivere più forte di quello “secondo la carne” perché gli permette di vivere dentro di noi, non fuori o accanto.
Nella nostra rivisitazione del dogma, siamo giunti al nodo che unisce i due capi. Gesú “vero uomo” e Gesú “vero Dio” – dicevo all’inizio – sono come i due lati di un triangolo, il cui vertice è Gesú “una persona”. Ricordiamo per sommi capi come si è formato il dogma dell’unità di persona di Cristo. La formula “una persona” applicata a Cristo risale a Tertulliano , ma occorsero oltre due secoli di riflessione per capire cosa essa significava di fatto e come potesse conciliarsi con l’affermazione che Gesù era vero uomo e vero Dio, cioè “di due nature”.
Una tappa fondamentale fu il concilio di Efeso del 431, in cui venne definito il titolo di Maria Theotokos, Genitrice di Dio. Se Maria può essere chiamata “Madre di Dio”, pur avendo dato alla luce solo la natura umana di Gesú, vuol dire che in lui umanità e divinità formano una sola persona. Il traguardo definitivo fu però raggiunto solo nel concilio di Calcedonia del 451, con la formula di cui riportiamo di nuovo la parte relativa all’unità di Cristo:

Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare
un solo e medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo, […],
senza che venga meno la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi .

Se per la piena ricezione della definizione di Nicea occorse un secolo, per la completa ricezione di quest’altra definizione occorsero tutti i secoli successivi, fino ai nostri giorni. Solo, infatti, grazie al recente clima di dialogo ecumenico si è potuta ristabilire la comunione tra la Chiesa Ortodossa e le chiese cosiddette Nestoriane e Monofisite dell’Oriente cristiano. Si è preso atto che nella maggioranza dei casi si trattava di una diversità di terminologia, non di dottrina. Tutto dipendeva dal significato diverso che si dava dei due termini di “natura” e di “persona” o “ipostasi”.

Dall’aggettivo “una” al sostantivo “persona”

Messo al sicuro il suo contenuto ontologico e oggettivo, anche qui, per rivitalizzare il dogma, dobbiamo ora mettere in luce la sua dimensione soggettiva ed esistenziale. San Gregorio Magno diceva che la Scrittura “cresce con coloro che la leggono” (cum legentibus crescit) . Dobbiamo dire la stessa cosa del dogma. Esso è “una struttura aperta”: cresce e si arricchisce, nella misura in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, si trova a vivere nuove problematiche e in nuove culture.
Lo aveva detto, con singolare preveggenza, sant’Ireneo verso la fine del II secolo. La verità rivelata, scriveva il santo, è “come un liquore prezioso contenuto in un vaso di valore. Per opera dello Spirito Santo, essa [la verità] ringiovanisce sempre e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” . La Chiesa è in grado di leggere la Scrittura e il dogma in modo sempre nuovo, perché essa stessa è resa sempre nuova dallo Spirito Santo!
Ecco il grande e semplicissimo segreto che spiega la perenne giovinezza della Tradizione e, quindi, dei dogmi che ne sono l’espressione più alta. Il grande storico della Tradizione cristiana, Jaroslav Pelikan, ha scritto che “la Tradizione è la viva fede dei morti” (cioè la fede dei Padri che continua a vivere); “il Tradizionalismo è la morta fede dei viventi”.
Anche il dogma dell’unica persona di Cristo è una “ struttura aperta “, cioè capace di parlarci oggi, di rispondere ai bisogni nuovi della fede, che non sono gli stessi del quinto secolo. Oggi nessuno nega che Cristo sia “ una persona “. Ci sono alcuni – abbiamo visto in precedenza –che negano che sia una persona “divina“, preferendo dire che è una persona “umana“ in cui Dio abita, o opera, in modo unico ed eccelso. Ma l’unità stessa della persona di Cristo, ripeto, non è contestata da alcuno.
La cosa oggi più importante, circa il dogma di Cristo ”una persona“, non è tanto l’aggettivo “una“, quanto il sostantivo “persona”. Non tanto il fatto che sia “uno e identico a se stesso” (unus et idem), ma che sia “persona”. Questo significa scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente! Questo infatti è ciò che è carente e di cui abbiamo estremo bisogno per non lasciare che il cristianesimo si riduca a ideologia, o semplicemente a teologia.
Ci siamo proposti di rivitalizzare il dogma, ripartendo dalla sua base biblica. Ci rivolgiamo subito perciò alla Scrittura. Partiamo dalla pagina del Nuovo Testamento che ci parla del più celebre “incontro personale” con il Risorto che mai sia accaduto sulla faccia della terra: quello dell’apostolo Paolo. “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” “Chi sei tu?” “Io sono Gesú il Nazareno!” (cf. At 9,4-5). Che folgorazione! Dopo venti secoli, quella luce ancora illumina la Chiesa e il mondo. Ma ascoltiamo come egli stesso descrive questo incontro:

“Quello che poteva essere per me un guadagno [essere circonciso, della stirpe d’Israele, fariseo, irreprensibile], l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui“ (Fil 3,7-10).
È quasi con rossore che oso accostare all’esperienza fiammeggiante di Paolo la mia piccolissima esperienza. Ma è proprio Paolo che, con il suo racconto, incoraggia a fare altrettanto, cioè a dare testimonianza della grazia di Dio. Studiando e insegnando cristologia, io avevo fatto diverse ricerche sull’origine del concetto di “persona” in teologia, sulle sue definizioni e diverse interpretazioni. Avevo conosciuto le interminabili discussioni intorno all’unica persona o ipostasi di Cristo nel periodo bizantino, gli sviluppi moderni sulla dimensione psicologica della persona, con il conseguente problema dell’ “Io“ di Cristo, così dibattuto quando studiavo teologia. In un certo senso, conoscevo tutto sulla persona di Gesù, ma non conoscevo Gesù in persona!
Fu proprio quella parola di Paolo che mi aiutò a capire la differenza. Soprattutto la frase: “perché io possa conoscere lui”. Mi sembrava che quel semplice pronome “lui” (auton) contenesse su Gesù più verità che interi trattati di cristologia. “Lui“, vuol dire Gesù Cristo “ in carne ed ossa“. Era come incontrare una persona dal vivo, dopo avere conosciuto per anni la sua fotografia. Mi accorsi che io conoscevo libri su Gesù, dottrine, eresie su Gesù, concetti su Gesù, ma non conoscevo lui, persona vivente e presente. Per lo meno non lo conoscevo così quando mi accostavo a lui attraverso lo studio della storia e della teologia. Avevo avuto, fino ad allora, una conoscenza impersonale della persona di Cristo. Una contraddizione e un paradosso, ma ahimè, quanto frequente!

Persona è essere-in-relazione

Riflettendo sul concetto di persona nell’ambito della Trinità, sant’Agostino e dopo di lui san Tommaso d’Aquino, sono arrivati alla conclusione che “persona”, in Dio, significa relazione. Il Padre è tale per la sua relazione al Figlio: tutto il suo essere consiste in questa relazione, come il Figlio è tale per la sua relazione al Padre. Il pensiero moderno ha confermato questa intuizione. “La vera personalità – ha scritto il filosofo Hegel – consiste nel recuperare se stesso immergendosi nell’altro” . La persona è persona nell’atto in cui si apre a un “tu” e in questo confronto acquista coscienza di sé. Essere persona è “ essere-in-relazione “.
Questo vale in modo eminente delle persone divine della Trinità, che sono “ pure relazioni “, o come si dice in teologia “relazioni sussistenti”; ma vale anche di ogni persona nell’ambito creato. La persona non si conosce nella sua realtà, se non entrando in “relazione” con essa. Ecco perché non si può conoscere Gesù come persona, se non entrando in un rapporto personale, da io a tu, con lui. “La fede non termina agli enunciati, ma alle cose“, ha detto san Tommaso d’Aquino . Noi non possiamo accontentarci di credere nella formula ”una persona”; dobbiamo raggiungere la persona stessa e, mediante la fede e la preghiera, “toccarla”.
Dobbiamo porci seriamente una domanda: Gesù è per me una persona, o solamente un personaggio? C’è una grande differenza tra le due cose. Il personaggio – tipo Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Napoleone – è uno di cui si può parlare e scrivere quanto si vuole, ma al quale e con il quale è impossibile parlare. Purtroppo, per la grande maggioranza dei cristiani Gesù è un personaggio, non una persona. È l’oggetto di un insieme di dogmi, dottrine o eresie; uno di cui celebriamo la memoria nella liturgia, che crediamo realmente presente nell’Eucaristia, tutto quello che si vuole. Ma se rimaniamo sul piano della fede oggettiva, senza sviluppare una relazione esistenziale con lui, egli rimane esterno a noi, ci tocca la mente, ma non riscalda il cuore. Rimane, nonostante tutto, nel passato; tra noi e lui si interpongono, inconsciamente, venti secoli di distanza. Sullo sfondo di tutto questo, si comprende il senso e l’importanza di quell’invito che papa Francesco ha posto all’inizio della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium:

“Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui” (EG, 3).

Nella vita della maggioranza delle persone c’è un evento che divide la vita in due parti, creando un prima e un dopo. Per gli sposati, questo è il matrimonio ed essi dividono la propria vita così: “prima di sposarmi” e “dopo sposato”; per i vescovi e i sacerdoti è la consacrazione episcopale o l’ordinazione sacerdotale; per i consacrati è la professione religiosa. Dal punto di vista spirituale c’è un solo evento che crea veramente e per tutti un prima e un dopo. La vita di ogni persona, si divide esattamente come si divide la storia universale: “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, prima dell’incontro personale con Cristo e in seguito ad esso.

Questo incontro noi lo possiamo intravedere, sentirne parlare, desiderarlo, ma per sperimentarlo c’è un solo mezzo. Non è cosa che si può ottenere leggendo libri o ascoltando una predica. Solo per opera dello Spirito Santo! Sappiamo perciò a chi dobbiamo chiederlo e sappiamo che lui non aspetta altro che glielo chiediamo…Per tesciamus da Patre, noscamus atque Filium: “Fa’ che per mezzo tuo conosciamo il Padre e conosciamo anche il Figlio”. Che lo conosciamo di questa conoscenza intima e personale che cambia la vita.

Cristo, persona “divina”

Ma dobbiamo fare un passo avanti. Se ci fermassimo qui, perderemmo la rivelazione più consolante racchiusa nel dogma di Cristo “persona”, e persona “divina”. Non saremo mai abbastanza grati alla Chiesa antica per aver lottato, qualche volta letteralmente fino al sangue, per mantenere la verità che Cristo è “una sola persona” e che questa persona non è altri che il Figlio eterno di Dio, una delle tre persone della Trinità. Cerchiamo di capire perché.
L’apporto più fecondo e duraturo di sant’Agostino in teologia è l’avere fondato il dogma della Trinità sull’affermazione giovannea “Dio è amore” (1 Gv 4,8). Ogni amore implica un amante, un amato e un amore che li unisce ed è così che egli definisce le tre divine persone: il Padre è colui che ama, il Figlio l’amato e lo Spirito Santo, l’amore che li unisce .
Non esiste amore che non sia amore di qualcuno o di qualcosa, come non si dà conoscenza che non sia conoscenza di qualcosa. Non esiste un amore “a vuoto”, senza oggetto. Ci domandiamo allora: chi ama Dio, per essere definito amore? L’uomo? Ma allora è amore solo da qualche centinaio di milioni di anni. L’universo? Ma allora è amore solo da qualche decina di miliardi di anni. E prima chi amava Dio per essere l’amore? Ed ecco la risposta della rivelazione biblica, esplicitata dalla Chiesa. Dio è amore da sempre, ab aeterno, perché prima ancora che esistesse un oggetto fuori di sé da amare, aveva in se stesso il Verbo, il Figlio che amava con amore infinito, cioè “nello Spirito Santo”.
Questo non spiega “come” l’unità possa essere contemporaneamente trinità (questo è un mistero inconoscibile da noi perché avviene solo in Dio), ma ci basta almeno per intuire “perché”, in Dio, la pluralità non contraddice l’unità. È perché “Dio è amore”! Un Dio che fosse pura conoscenza o pura legge, o puro potere, non avrebbe certo bisogno di essere trino (questo anzi complicherebbe le cose); ma un Dio che è anzitutto amore sì, perché meno che tra due, non ci può essere amore.
Il mistero più grande e più inaccessibile alla mente umana non è, secondo me, che Dio è uno e trino, ma è che Dio è amore. ”Occorre – ha scritto de Lubac – che il mondo lo sappia: la rivelazione di Dio come amore sconvolge tutto quello che esso aveva concepito in precedenza della divinità” . È verissimo, ma purtroppo siamo ancora lontani dall’avere tratto tutte le conseguenze da questa rivoluzione. Lo dimostra il fatto che l’immagine di Dio che domina nell’inconscio umano è quella dell’essere assoluto, non dell’amore assoluto; un Dio che è essenzialmente onnisciente, onnipotente e soprattutto giusto. L’amore e la misericordia sono visti come un correttivo che modera la giustizia. Sono l’esponente, non la base.
Noi moderni proclamiamo che la persona è il valore supremo da rispettare in ogni campo, il fondamento ultimo della dignità umana. Da dove deriva questo concetto moderno di persona, lo si capisce però solo partendo dalla Trinità. Lo ha messo bene in luce il teologo ortodosso Johannes Zizioulas, mostrando la fecondità e l’arricchimento reciproco che si ottiene nel dialogo tra teologia latina e teologia greca sulla Trinità. Egli dimostra, in vari suoi scritti, come il concetto moderno di persona è figlio diretto della dottrina delle Trinità e spiega in che senso.
“L’amore è una categoria ontologica che consiste nel dare spazio all’altra persona di esistere come altro e acquisire l’esistenza nel e attraverso l’altro . E’ un atteggiamento kenotico, un dare se stesso […]. Questo è ciò che avviene nella Trinità dove il Padre ama dando tutto se stesso al Figlio e facendolo esistere come Figlio. […] Questo, quindi, è ciò che significa essere una persona umana alla luce della teologia Trinitaria. Significa un modo di essere in cui noi acquisiamo le nostre identità non distanziandoci dagli altri ma in comunione con essi nel e attraverso un amore che “non cerca il proprio interesse” (1 Cor 13,5) ma è pronto a sacrificare il suo vero essere per permettere all’altro di essere ed essere altro. E’ esattamente il modo di essere che si trova nella Croce di Cristo dove l’amore divino rivela pienamente se stesso nella nostra esistenza storica”.
Cristo, essendo persona divina, trinitaria, ha dunque con noi una relazione d’amore che fonda la nostra libertà (cf. Gal 5,1). “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20): si potrebbero passare ore intere a ripetere dentro di sé questa parola, senza finire mai di stupirsi. Lui, Dio, ha amato me, creatura da nulla e ingrata! Ha dato se stesso – la sua vita, il suo sangue – per me. Singolarmente per me! È un abisso nel quale ci si perde.
Il nostro “rapporto personale” con Cristo è dunque essenzialmente un rapporto di amore. Consiste nell’essere amati da Cristo e amare Cristo. Questo vale per tutti, ma assume un significato particolare per i pastori della Chiesa. Si ripete spesso (a partire dallo stesso sant’Agostino) che la roccia su cui Gesú promette di fondare la sua Chiesa è la fede di Pietro, l’averlo proclamato “Messia e Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si trascura, mi pare, quello che Gesú dice al momento del conferimento di fatto del primato a Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, ami tu? …Pasci le mie pecore!” (cf. Gv 21, 15-16). L’ufficio del pastore trae la sua forza segreta dall’amore per Cristo. L’amore, non meno che la fede, lo rende una cosa sola con la Roccia che è Cristo.

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”

Termino mettendo in luce la conseguenza di tutto ciò per la nostra vita, in un momento di grande tribolazione per tutta l’umanità come è il presente. Ce lo facciamo spiegare, anche questa volta, dall’apostolo Paolo. Nella Lettera ai Romani egli scrive:
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rom 8, 35)
Non si tratta di una numerazione astratta e generica. I pericoli e le tribolazioni che egli enumera sono le cose che, di fatto, egli ha sperimentato nella sua vita. Le descrive dettagliatamente nella Seconda Lettera ai Corinzi, dove alle prove qui elencate aggiunge quella che più lo faceva soffrire, e cioè l’opposizione ostinata da parte di alcuni dei suoi (cf 2 Cor 11, 23 ss). L’Apostolo, in altre parole, passa in rassegna nella sua mente tutte le prove attraversate, constata che nessuna di esse è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Cristo, e conclude perciò trionfalmente: “In tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati” (Rom 8,37).

L’Apostolo invita, tacitamente, ciascuno di noi a fare lo stesso. Ci suggerisce un metodo di guarigione interiore basato sull’amore. Ci invita a portare a galla le angosce che si annidano nel nostro cuore, le tristezze, le paure, i complessi, quel difetto fisico o morale che non ci fa accettare serenamente noi stessi, quel ricordo penoso e umiliante, quel torto subito, la sorda opposizione da parte di qualcuno… Esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama, e troncare ogni pensiero negativo, dicendo a noi stessi, come l’Apostolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31).

Dalla sua vita personale, l’Apostolo solleva, subito dopo, lo sguardo sul mondo che lo circonda e sull’esistenza umana in generale:

Né morte né vita, né angeli né principati; né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8, 38-39).

Non si tratta anche qui di un elenco astratto. Egli osserva il “suo” mondo, con le potenze che lo rendevano minaccioso: la morte con il suo mistero, la vita presente con la sua incertezza, le potenze astrali o quelle infernali che incutevano tanto terrore all’uomo antico. Siamo invitati, ancora una volta, a fare lo stesso: a guardare con occhi di fede il mondo che ci circonda e che ci fa ancora più paura ora che l’uomo ha acquisito il potere di sconvolgerlo con le sue armi e le sue manipolazioni. Quello che Paolo chiama l’“altezza” e la “profondità”, sono per noi – nell’accresciuta conoscenza delle dimensioni del cosmo – l’infinitamente grande sopra di noi e l’infinitamente piccolo sotto di noi. In questo momento, quell’infinitamente piccolo che è il corona virus che da un anno tiene in ginocchio l’intera umanità.

Fra una settimana sarà il Venerdì Santo e subito dopo la Domenica di risurrezione. Risorgendo, Gesú non è tornato alla vita di prima come Lazzaro, ma a una vita migliore, libera da ogni affanno. Speriamo che sia così anche per noi. Che dal sepolcro in cui ci ha tenuti rinchiusi per un anno la pandemia, il mondo – come ci va ripetendo continuamente il Santo Padre – esca migliore, non lo stesso di prima.

Foto e testo tratti dal web

 

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