Tre anni fa la scomparsa di don Roberto Burla, direttore della Caritas diocesana di Viterbo

 Tre anni fa, il 17 giugno 2017, ci lasciava don Roberto Burla, direttore della Caritas diocesana di Viterbo, una persona buona come il pane, un autentico costruttore di pace, un infaticabile soccorritore di ogni persona che di aiuto avesse bisogno, uno strenuo lottatore nonviolento per la verita’ che consiste nel salvare le vite, e un amico fraterno indimenticabile.

In questi due anni ho sovente pensato a lui, e dinanzi alle atrocita’ che non solo miserabili teppisti di strada ma anche e soprattutto avidissimi sfruttatori e potentissimi governanti malvagi commettono ogni giorno con violenza inaudita e quasi oscenamente inebriandosi delle sofferenze inflitte ad esseri umani innocenti ed inermi, tante volte mi sono detto: cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto don Roberto? Ed ho cercato – da ultimo degli ultimi – di dirle io le cose che credo avrebbe detto anche lui, e nei limiti delle mie limitatissime risorse e capacita’ ho cercato di continuare a fare le cose che so lui condivideva.
Perche’ don Roberto e’ stato per tutta la vita un luminoso testimone del bene, un gandhiano satyagrahi, un coraggioso generoso soccorritore fino all’ultimo respiro.
E ci lascia in dono quindi non solo il bene fatto, ma anche un esempio e una memoria che continuera’ a dare frutti preziosi; un’eredita’, un legato, un appello ineludibile: proseguire nell’azione nonviolenta di pace  e di solidarieta’ che e’ stata anche la sua, alla sequela di quel mite che rifiuto’ ogni potere, che assunse fraternamente su di se’ il dolore di tutti gli umiliati e offesi, che invero’ quell’antica massima della sapienza umana – “diliges… proximum tuum sicut teipsum” – inobliabilmente narrata in figure nella parabola del buon samaritano.
Ed a chi e’ prostrato e piagato da troppe ingiuste sofferenze, a chi e’ scandalizzato e quasi annichilito dal diluvio di male nel mondo, e vorrebbe – e non puo’, e non deve – rassegnarsi all’orrore, e vorrebbe – e non puo’, e non deve – arrendersi alla disperazione, a chi si sente cedere in ogni sua fibra sotto il peso dell’iniquita’ che schiaccia ed annienta, questa parola sia concesso ripetere: che solo quando l’ultima persona buona si sara’ arresa, solo allora l’umanita’ si sara’ estinta; ed allora sii tu quell’ultima persona buona che resiste alla violenza, e si oppone al male, e soccorre l’oppresso, il sofferente, il bisognoso; che soccorre la persona nell’estremo dolore e nell’estremo pericolo; che condivide il bene ed i beni con chiunque ne abbia urgente necessita’; sii tu l’umanita’ come dovrebbe essere; sii tu don Roberto Burla”.

Una minima notizia su don Roberto Burla
In luogo di alcune scarne notizie biografiche (era nato a Montefiascone il 15 settembre 1945 ed e’ deceduto a Viterbo il 17 giugno 2017; e’ stato sacerdote della diocesi di Viterbo e della Caritas diocesana direttore) ripropongo qui una sintesi delle parole che dissi nel corso della commemorazione che tenemmo con alcuni amici alcuni giorni dopo il decesso; la verita’ di una persona non essendo nei dati cronologici e statistici, ma in cio’ che nella e della sua vita volle e seppe concretamente fare per il bene comune dell’umanita’ intera.
“Don Roberto Burla e’ stato un testimone dell’amore che ogni essere umano riconosce e raggiunge; una persona mite e generosa postasi all’ascolto del discorso della montagna e alla sequela di chi lo pronuncio’; un uomo che dinanzi al dolore degli altri mai resto’ inerte, ma sempre volle e seppe agire per recare soccorso, salvare le vite, curare le ferite, lenire le sofferenze, confortare e riconciliare; ed insieme denunciare e contrastare tutte le violenze, adoperandosi allo stesso tempo sia nell’aiuto immediato a chi di aiuto immediato ha bisogno, sia a promuovere quei mutamenti culturali negli animi e strutturali nella societa’ che aboliscano le concrezioni di violenza, le pratiche di sopraffazione, i poteri criminali.
Amico della nonviolenza, portatore del dono di saper donare senza riserve, di saper parlare senza menzogne, di saper chiedere e suscitare l’altrui aiuto quando per aiutare altri altri ancora occorre coinvolgere nell’impegno, di saper essere insieme forte e gentile, umile e tenace, profondo nell’empatia e deciso nell’agire, don Roberto resta per tutti coloro che lo hanno conosciuto un esempio di come l’umanita’ potrebbe essere, di come l’umanita’ dovrebbe essere, di come l’umanita’ sara’ quando avra’ piena coscienza di se’.
Un amico, un maestro, un compagno ci ha lasciato. Che noi si sappia essere capaci di proseguirne l’impegno.
Peppe Sini

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