Carlo Morriello: “La narrativa è imparare a vedere con occhi diversi ciò che normalmente passa inosservato”
È un viaggio tra arte, mistero e introspezione quello proposto da Carlo Morriello nel suo romanzo d’esordio “Oltre l’ombra dei colori”, pubblicato da Bookabook.
Ambientato nella Napoli di fine Ottocento, il libro racconta la storia di Michele Castaldo, giovane pittore chiamato a realizzare un prestigioso affresco nel monastero di Santa Chiara. Quella che sembra essere un’importante occasione per dare una svolta alla propria carriera si trasforma ben presto in un percorso fatto di segreti, superstizioni, intrighi e rivelazioni capaci di mettere in discussione la sua stessa identità.
Carlo, avevi da sempre desiderato scrivere un romanzo ambientato nella “tua” Napoli e che potesse, altresì, affrontare un tema a te caro?
Sì. Napoli non è soltanto la mia città natale o il luogo in cui è ambientata la storia: è una presenza viva, quasi un personaggio. È una città capace di convivere con le proprie contraddizioni, dove bellezza e decadenza, luce e ombra sembrano appartenere alla stessa realtà. Mi sembrava il contesto ideale per raccontare una vicenda in cui il protagonista è chiamato a confrontarsi non solo con ciò che accade intorno a lui, ma soprattutto con ciò che scopre dentro di sé. Più che raccontare una città, desideravo raccontare come un luogo possa influenzare il destino di una persona.
I personaggi del tuo libro che significato hanno?
Ogni personaggio rappresenta una possibilità diversa di guardare il mondo. Nessuno è lì soltanto per far avanzare la trama. Ognuno porta con sé una domanda, una paura o una convinzione che finisce per mettere Michele davanti a una scelta. Mi interessa costruire personaggi che abbiano una propria autonomia, capaci di sorprendere anche me durante la scrittura. Credo che siano proprio gli incontri a cambiare una vita, spesso più degli eventi stessi.
Nelle pagine c’è un passaggio, una parte che lo potrebbe riassumere nella sua essenza?
Più che un singolo episodio, direi che l’intero romanzo ruota attorno a una domanda: quanto siamo davvero disposti ad accettare la verità quando mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi? Tutto ciò che accade a Michele nasce da questa tensione. Il mistero, in fondo, è soltanto il mezzo attraverso cui emergono domande molto umane sull’identità, sulla memoria e sul coraggio di guardarsi senza maschere.
Quali immagini trattieni dal corso della vita? In altre parole, quali immagini affiorano nella tua scrittura prese dal quotidiano?
Sono attratto dalle immagini apparentemente ordinarie. Una strada percorsa molte volte, una luce che entra da una finestra, il silenzio di una chiesa, un volto osservato per pochi istanti. Sono dettagli che, sul momento, sembrano insignificanti, ma che continuano a sedimentare dentro di me. Quando scrivo, spesso riaffiorano trasformati e trovano un posto naturale nella storia. Credo che la narrativa nasca anche da questo: imparare a vedere con occhi diversi ciò che normalmente passa inosservato e saperlo tradurre in parole che possano restituirne tutta la magia.
D’altro canto, ci sono autori di narrativa a cui ti ispiri durante la stesura?
Cerco di non avere un modello preciso mentre scrivo, perché il rischio è quello di rincorrere la voce di qualcun altro. Naturalmente esistono autori che ammiro per la loro capacità di costruire atmosfere, per la ricchezza della lingua o per la profondità con cui esplorano l’animo umano. Più che imitarli, provo a capire perché le loro pagine continuino a parlare ai lettori dopo tanti anni. È quella lezione che cerco di fare mia.
Un’ultima curiosità: chi o cosa influenza, invece, la tua decisione di leggere un libro?
Più del successo o delle classifiche, mi incuriosisce la promessa che un libro sembra contenere. Leggo quando percepisco che un autore ha qualcosa di autentico da dire e trova un modo personale per dirlo. Mi lascio guidare dal passaparola, dalle recensioni, ma soprattutto dall’intuizione. Credo che ogni lettore, prima o poi, impari a riconoscere i libri che stanno aspettando proprio lui.
