Per riflettere prima della Messa: IV domenica di Pasqua, 26 aprile – Anno A

Il Signore è il mio pastore Gv 10,1-10

Laura Ciulli infinite realtà. It Padre Ubaldo Terrinoni «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pasto- re delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Oggi in tutte le nostre chiese si coglie l’eco di uno dei Salmi più suggestivi del Salterio: “Il Signore è il mio pastore non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare” (Sal 23,1-2). Fin dall’alba del cristianesimo, quella del Buon Pastore è stata ed è un’immagine molto cara all’iconografia e alla religiosità cristiana. Del resto si sa che la scena pastorale era tanto familiare nel contesto palestinese. Al tramonto di ogni giorno, le pecore appartenenti a vari greggi venivano raccolte in un recinto con muretto a secco.

Ogni mattina il singolo pastore si presentava all’ingresso, faceva udire la sua voce e le pecorelle riconoscevano il proprio pastore e uscivano dal recinto per seguirlo. Il timbro di voce, il tono e qualche parola pronunciata in un certo modo faceva scoccare la scintilla del riconoscimento.

Su questa dolce e serena immagine, il Maestro Gesù imbastisce una parabola che viene riferita unicamente da Giovanni e sottolinea le cure premurose che Egli esprime per ogni pecorella: “entra per la porta”, ha quindi col gregge un’intimità immediata. La sua è una chiamata personale (“le chiama ad una ad una”); ha un messaggio specifico per ognuna (“chiama per nome”); c’è un dialogo di parola-ascolto (“conoscono la mia voce”); il pastore divino “fa uscire” il suo gregge in un grande esodo verso pascoli fertili; “cammina innanzi” come una guida, mentre le pecore “lo seguono”. “In questi verbi si configura un ritratto perfetto della Chiesa di Cristo” (G. Ravasi).

Il pastore vive e condivide tutto con il suo gregge: il sole e la pioggia, il freddo e il caldo, le acque ristoratrici e l’afa estiva bruciante, il verde manto erboso del prato e la landa sterile e desolata del deserto. Egli è a un tempo guida e compagno inseparabile, sa difendere e sa proteggere, sa tenere in mano il bastone e sa farsi carico della pecorella che non ce la fa più a camminare da sola.

Ha cura del gregge e della singola pecorella; anzi, ognuna è custodita e protetta come fosse la sua unica. Con Lui accanto ogni pecorella sta bene, è al sicuro. E precisamente questo rap- porto personale, intimo e sempre nuovo, è proprio quello che si stabilisce tra ognuno di noi e il Pastore Gesù. Ognuno è una pecorella unica, inconfondibile e irripetibile. Ognuno è chiamato alla vita per svolgere un compito unico e insostituibile, come unica e necessaria è la nota musicale per il perfetto svolgimento dell’armonia nello spartito.

Però, oltre al Buon Pastore, si vede girovagare per le campagne e soprattutto nei dintorni del recinto delle pecore, anche il lupo e altri, che Gesù identifica con i termini “estranei, ladri, briganti e mercenari”; questi “non entrano nel recinto delle pecore per la porta, ma salgono da un’altra parte” (v. 1), “vengono per rubare, uccidere e distruggere.

Anche il profeta Ezechiele parla di falsi pastori che “si nutrono di latte, si rivestono di lana, ammazzano le pecore più grasse, ma non pascolano il gregge (Ez 34,2). Infine, Gesù afferma di essere “la porta delle pecore”. Ora nel tempio di Gerusalemme vi era un ingresso designato come “porta delle pecore”: Gesù lascia intendere che solo attraverso di Lui si accede al tempio per l’incontro con il Signore.

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