Elena Zucchi, autrice di ‘Le scintille di Alma’: “Attraverso la protagonista parlo del percorso di ricerca dell’ autenticità”

Un romanzo psicologico, che mette al centro la ricerca della propria autenticità: con queste parole potremmo descrivere Le scintille di Alma (Arkadia Editore, Collana Eclypse), l’opera d’esordio di Elena Zucchi.

Elena Zucchi
Elena Zucchi

Alma, la donna protagonista del romanzo che ritroviamo anche nel titolo, ha imparato a convivere con la sua ferita risalente alla morte misteriosa della mamma quando era bambina. Alcuni fatti del presente, in particolare l’incontro con un uomo affascinante e sfuggente, ne fanno saltare la sutura. Questo per l’autrice è uno dei cuori del libro: cosa fa la donna con la sua ferita riaperta e dolorante è il dispositivo drammatico della storia.

Inizia un viaggio di ricerca e scoperta che esita nella scoperta della verità sulla morte della madre, sui segreti che l’uomo di cui si è innamorata nasconde, ma anche su sé stessa.

Elena Zucchi

Elena, la tua Alma è tormentata dal suo passato e dalla morte misteriosa della madre. Come hai sviluppato il suo personaggio e quali sono stati i tuoi principali obiettivi nel dipingere il suo percorso di crescita e di ricerca della verità?

Lo sviluppo del personaggio non è lineare, come spesso accade nei percorsi di crescita personale. Ci sono passi avanti ma anche indietro, insight importanti, battute d’arresto e poi ripartenze. Fino al termine della storia, dove le diverse tessere del puzzle paiono infine incastrarsi.

Per me è stato importante che emergesse che il percorso di ricerca dell’autenticità, di una persona ferita in modo così forte come Alma Boselli, è complesso ma possibile e di grande valore. Ho cercato di mettere in luce la gradualità di questo cammino, le sue difficoltà ma anche gli elementi che consentono giri di boa significativi. Tra questi spicca l’incontro della protagonista con persone che diventano suoi alleati nel dipanare i segreti del passato e che l’accompagnano nella scoperta di dimensioni nuove della città e di sé. In particolare è Pedro, un giornalista argentino, a provocarla alla rottura dell’omertà familiare e supportarla in una ricerca che parte dal castello della famiglia della protagonista, dove i due trovano il primo indizio che consentirà loro di procedere.

Per lavoro ti occupi di crescita personale, come psicologa e coach incontri tante vite e tante storie. In questo percorso di crescita e di ricerca della verità, di solito, dove sbagliamo?

Più che di errori parlerei di difficoltà. Tra queste mi sembra spicchi la fatica nel pensarsi diversi da come ci si percepisce nel momento attuale. Crescere significa aggiungere possibilità, il che implica una discontinuità e non sempre è facile sviluppare una immagine di sé rinnovata. Ma è proprio questa pensabilità che è fondamentale per trovare il coraggio  e  la fiducia per un cambiamento. Costruirla è spesso un lavoro  che richiede molta energia e tempo.

Poi, c’è il tema dell’attaccamento. Talvolta ci illudiamo di poter progredire portando tutto con noi: rapporti, atteggiamenti ed emozioni, che magari sono tossici ma nell’abbandonarli ci pare di abdicare a una parte fondamentale del nostro sé. Nel romanzo Alma Boselli riesce a fare uno scatto in avanti proprio nel momento in cui rinuncia: lascia sul piatto qualcosa di molto caro e investito, ma nocivo per la sua crescita. E in questo modo guadagna una nuova libertà e autenticità.

Milano, in particolare il quartiere Isola, gioca un ruolo importante nel romanzo. Perché hai ritenuto fondamentale descrivere le diverse “anime” della città nel contesto della storia di Alma?

Milano è una dei protagonisti del romanzo e la milanesità è una componente importante della protagonista. L’incontro con dimensioni differenti della città va di pari passo con la sua evoluzione psicologica, i due processi si intersecano rafforzandosi vicendevolmente. All’inizio della storia troviamo Alma in centro, in un grande appartamento ereditato dalla nonna contessa, impegnata in feste in palazzi antichi e in aperitivi in grattacieli specchiati. Poi, per caso, approda all’Isola, un “quartiere paese” con una storia molto radicata, che offre ai suoi abitanti un’appartenenza che è fortemente identitaria.  Qui la donna incontra delle persone che la coinvolgeranno in esperienze per lei del tutto nuove quali drum circle, ritiri di meditazione, volontariato in giardini condivisi, aprendola ad aspetti diversi della città e di sé.

Marco Polo, citato da Calvino ne  “Le città invisibili”, dice: “…d’una  città non godi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che dà a una domanda”. E questo è quello che succede ad Alma: è anche grazie al contesto isolano che finirà per trovare una via d’uscita dal labirinto che la imprigiona.

Qual è stata la parte più gratificante di scrivere Le scintille di Alma? E ci sono state sfide particolari che ha affrontato durante il processo di stesura?

La soddisfazione più grande è stata constatare che il mondo che avevo immaginato prendeva forma, sviluppava una sua essenza e un suo colore, cresceva e reggeva. Questo mi ha portata a immergermi in  modo sempre più forte nella storia. Mentre all’inizio riservavo un tempo specifico per dedicarmici poi i personaggi e le loro vicende sono diventati pervasivi, in particolare ho sviluppato un rapporto molto intimo con la protagonista, ho sentito che era sempre più parte di me e io di lei.

La sfida maggiore è stata quella di intrecciare in modo fluido i tre filoni narrativi del romanzo, relativi ai segreti di famiglia, al rapporto tra Alma e l’uomo sfuggente di cui si innamora, e al conflitto professionale che la protagonista vive. Ho cercato di far sì che si alternassero nella linea del tempo del romanzo in modo equilibrato e non sempre questo è stato semplice.

E, nelle vesti di lettrice, quale romanzi psicologici consiglieresti tra i più celebri?

Sicuramente alcuni classici quali: “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo;  “I fratelli Karamazov” di  Fedor Michajlovic Dostoevskij; “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello;  “La morte di Ivan II’ic” di Ivan Tolstoj;  “Il processo” di Franz Kakfa.

Tra i romanzi attuali, “Centomilioni” di Marta Cai, uno dei finalisti al Premio Campiello: un romanzo capace di scandagliare la psicologia dei personaggi in modo incisivo e accattivante, senza mai cadere in psicologismi.

In chiusura, Elena: la luce, che cosa è?

La luce per me è metafora del nuovo e del vero. Da qui il titolo: Alma è al buio ma poi riuscirà ad accendere scintille che lo rischiarano. La dedica del romanzo recita: “Ai cacciatori di luce”, che a mio avviso siamo noi tutti. Anche se a volte ci pare di stare bene nel buio e nel caldo delle nostre tane credo che per natura siamo vocati alla luce. E questo è l’augurio che ho voluto esprimere ai miei lettori.

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